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252 - 01.05.04


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Immagini e forme della clandestinità

Sislej Xhafa con Giacinto di Pietrantonio


Sislej Xhafa, nato nel 1970, è un albanese del Kosovo che ha vissuto a lungo a Pisa e Firenze e si è poi trasferito a New York, dove abita attualmente. Artista multimediale, autore di performance e happening, collage e disegni, quadri e installazioni, racconta la multiculturalità in Europa e nel mondo, e si pone immancabilmente dalla parte dei clandestini, come lui stesso è stato per molto tempo, e come continua a sentirsi - ora per scelta. Ha esposto in tutta Italia, in Austria, Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca e Lussemburgo, ma anche a Tokio, New York, Tel Aviv e São Paulo, e nel 2001 ha vinto il Primo Premio Fondazione Pistoletto.

Quello che segue è l'estratto di un'intervista fatta all'artista da Giacinto di Pietrantonio per Janus e ripubblicata sul catalogo Sislej Xhafa (Mazzotta), che accompagnava la mostra see no evil/hear no evil/speak no evil, presso l'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma.

L'illegalità, la clandestinità sono fattori molto forti della realtà di sempre, ma che si è andata evidenziando in Europa in questo ultimo decennio, specialmente dopo la caduta del Muro di Berlino. Sono fatti che accompagnano la grande migrazione contemporanea dall'Est e dal Sud del mondo e che stanno contribuendo alla costruzione della nuova Europa. Mi pare che dare forma e voce a questo movimento d'umanità debba essere uno dei compiti dell'arte oggi.

Il mio approccio all'arte dal punto di vista dell'illegalità tiene conto della realtà marginale e a me sembra molto importante cercare di sconfiggere questi fantasmi, superare il senso della sopravvivenza, e per questo la via migliore è l'illegalità. Ma bisogna anche tenere presente che la legalità è fatta di tante cose che non condivido e l'illegalità serve a sconfiggere questi pregiudizi, e che si può collaborare con la società, con la vita quotidiana tramite l'arte.

In che senso?

Sensibilizzando la vita quotidiana: quando presento un'opera fatta in modo illegale, clandestino, è come se dichiarassi che questo mio approccio illegale appartiene alla nostra cultura europea.

E dove si collocano queste immagini e forme dell'illegalità?

Ad esempio nella realtà dell'arte: nella mostra del Premio Querini Stampalia-Furla di Venezia ho presentato un'opera che si chiama Sweet Invasion, dove sono ritratti alcuni mafiosi albanesi come nuove icone del contemporaneo. Non dimentichiamo che ci sono stati molti artisti che hanno rappresentato persone ai margini della società: pensiamo a Caravaggio. Tuttavia, il mio lavoro non è legato solo alla marginalità, ma è anche un'operazione legale volta a realizzare un sogno, l'utopia di un buon inizio fra me e la polizia.

Dopo questo lavoro sono molto ottimista, perché ho realizzato un sogno, per me la polizia è casa mia, in quanto ho l'esperienza personale di dover andare ogni anno, da dieci anni, presso i suoi uffici in Italia per avere il permesso di soggiorno, oppure presso la polizia del Kosovo. La polizia è la casa di tutti, è casa nostra e quindi deve avere un'accoglienza con whiskey e champagne.

A questo però contrapponi persone con il passamontagna, come quando hai incappucciato i componenti della Filarmonica di Anversa. Come a dire siamo tutti a casa della polizia, perché siamo tutti clandestini?

Ho iniziato quel progetto in Albania, dove ho fatto una performance con un violoncellista incappucciato che suonava nel Museo d'arte contemporanea di Tirana. Poi ho voluto svilupparlo in un Paese europeo che avesse una filarmonica. Era un progetto che riguardava i pregiudizi che dell'Occidente nei confronti dei Paesi altri, che sono visti come il Male, ed io con quella performance volevo cambiare questi pregiudizi, dire: anche i criminali sanno suonare Beethoven, Mozart e Bach.

C'era anche il discorso del terrorismo dell'Eta o dell'Uck, di chi agisce in modo estremo quando manca il dialogo. Un esempio è la Cecenia, dove i russi hanno trasformato gente che vuole solo l'indipendeza e la libertà in integralisti e terroristi. Perché i ceceni non possono essere parte del dialogo e partecipare nella costruzione della società?

Quindi il passamontagna è un simbolo?

Per me l'arte è politica, ma quest'opera èeralegata più ai pregiudizi relativi alla criminalità, al terrorismo, alle categorie del negativo in senso globale. Soprattutto riguardava il sogno d'integrazione, in qualsiasi ambito. Un'altra cosa sulla quale volevo riflettere era l'uso strumentale che si fa della musica, quando i dittatori se ne appropriano per parlare di cose con cui la musica non c'entra niente, per esempio quando Hitler associava certa musica classica alla razza ariana.

Si capisce che il tuo è un tentativo di ridefinire i confini, di spostarli, anche perché sono le frontiere reali, i bordi dei territori e della geografia dell'esistenza che si vanno continuamente ridefinendo, e tutto questo comprende pure la riconsiderazione del significato di criminale e combattente, che tu non consideri più così distinti.

La vita è una lotta per raggiungere la soddisfazione, non la perfezione. Una lotta che può andare dal mangiare una mela al fare l'amore alla lotta fisica, ma che mette sempre in primo piano te stesso. Per questo, per una mia opera, ho invitato sette partigiani della seconda guerra mondiale a sedersi intorno ad un tavolo progettato da me. In questo caso mi interessava attivare un dialogo fra la memoria della lotta e la possibilità di lottare oggi, fra l'esperienza del passato e l'attività del presente e della contemporaneità. Difatti, nella discussione che ne è seguita i partigiani invitavano noi giovani a proporre nuove strategie di combattimento e di resistenza, perché il nemico oggi è un altro, meno visibile ma non meno pericoloso, e per questo è necessario adottare tecniche di guerriglia e di resistenza esistenziali.

Ma tu pensi che l'artista debba lottare per se stesso o per la società?

Qualsiasi partecipazione artistica contamina la società, la politica, l'economia e il costume. Certamente tutto questo contribuisce ad una crescita mentale delle persone, cerca di dare nuovi stimoli alla società. Ad esempio, quando ho fatto l'opera Ballottaggio era tempo di elezioni in Italia, ma io come tutti gli extracomunitari non avevo diritto di votare, allora ho messo in piedi un'azione in cui entravo e uscivo continuamente da un cassonetto dell'immondizia, mentre nella realtà del seggio elettorale lì a fianco gli italiani entravano e uscivano dalla cabina elettorale. Volevo commentare così il fatto che gli extracomunitari sono trattati come immondizia.

Hai incluso anche il calcio con uno dei tuoi primi lavori, perché?

Lo sport, oltre ad essere importante per lo sviluppo psicofisico delle persone, è un linguaggio universale. Quando ho fatto quest'opera, una performance clandestina alla Biennale del 1997, cercavo di proporre un gioco leale, sincero, perché il Padiglione albanese non c'era e io mi sono proposto come tale. Ho scavalcato il recinto dei Giardini della Biennale fra il Padiglione inglese e quello francese e, vestito da calciatore della Nazionale albanese con in spalla uno zaino da cui fuoriusciva la radiocronaca registrata di una partita di calcio e una bandierina albanese, mi sono messo a camminare palleggiando. Non mi rappresentavo come artista, ma come Padiglione albanese in movimento, per rappresentare la mobilità della mia gente che cerca una vita migliore in Europa.

Questa trasformazione del mondo ad opera dell'altro è centrale nella società come nell'arte.

Sì, ad esempio io considero la Slovenia un ponte fra Est ed Ovest, un rimorchio di grandi sofferenze che viaggiano dall'Est verso Occidente, verso il paradiso europeo. Una volta che sono stato invitato a Manifesta ho voluto parlare proprio di questo, e ho proposto una performance e poi un video in cui ero vestito come un agente di Borsa, di quelli che si vedono a Wall Street, ma invece che alla Borsa mi sono recato alla stazione di Lubiana, a leggere ad alta voce gli orari dei treni cercando di smistare i passeggeri al posto delle azioni, come avverrebbe in una Borsa vera.

Si trattava di una riflessione non sull'economia delle merci ma sul mercato delle persone che migrano da un Paese all'altro, sulla globalizzazione di quel mercato umano e sui pericoli e le speranze ai quali vanno incontro gli emigrati durante il loro viaggio della speranza. Tieni presente che negli stessi giorni in Inghilterra, a Dover, sono stati scoperti un centinaio di clandestini morti dentro un camion, persone che non ce l'hanno fatta a raggiungere il paradiso europeo.

La parola paradiso ricorre spesso nei tuoi discorsi e nelle tue opere, e indica sempre un movimento verso una realtà migliore. Hai anche chiamato una tua opera Viaggio caldo verso il Paradiso.

Bisogna tenere presente che quel paradiso è creato dai mass media. Ad esempio a Valona, in Albania, si vede la televisione italiana, sia pubblica che privata, che ci propone un mondo facile, felice, ricco, pieno di luci, di colori e di ballerine. Ci viene presentato un paradiso mediale come soluzione finale della vita, e poi quando usciamo di casa ci troviamo davanti la miseria dell'Albania. E anche quando emigriamo ci accorgiamo che l'Italia non è come la vedevamo in televisione, che quel paradiso era solo una manipolazione mediale della realtà. E ci domandiamo, dov'è quell'abbraccio caldo che viene promesso dai media, del quale avremmo bisogno per un'integrazione vera?






 

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