CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
252 - 01.05.04


Cerca nel sito
Cerca WWW
L'esilio è una metafora della modernità

Norman Manea con Paola Casella


“Partenza, partenza, non abbiamo motivo di rimanere qui", aveva proclamato Ariel, un tempo, nella libreria del nonno e nessuno lo ascoltava. Lo stesso avevo proclamato io, nella tormenta dell'inverno 1947, e nessuno ascoltava. Un'intimazione udita spesso, nei decenni successivi, quando neppure io l'ascoltavo più.

da Il ritorno dell'huligano di Norman Manea, traduzione di Marco Cugno (il Saggiatore, Pagg. 366, Euro 19,00)

Norman Manea, nato nel 1936 "sotto il segno dell'intruso" in Bucovina da genitori ebrei, è partito almeno due volte dalla Romania: la prima a cinque anni, quando è stato deportato in un lager ucraino durante il regime filonazista di Antonescu; la seconda nel 1986, quando grazie a una borsa di studio a Berlino Ovest si è sottratto alla dittatura di Ceausescu. Oggi vive negli Stati Uniti, dove insegna Cultura europea al Bard College di New York.

In Italia ha pubblicato Un paradiso forzato (Feltrinelli), La busta nera (Baldini Castoldi Dalai), Clown, il dittatore e l'artista e Ottobre, ore otto (il Saggiatore). E sempre per il Saggiatore è appena uscito quello che viene definito il capolavoro dell'autore rumeno, Il ritorno dell'huligano, che porta come sottotitolo "Una vita" perché racconta, in modo non lineare e fantasmagorico (se non fosse che nessuno degli eventi narrati è puro frutto di fantasia), l'esistenza errabonda e tormentata di "un Ulisse senza patria", "un povero nomade (ma non un rinnegato)".

Il termine "huligano" viene via via "tradotto" da Manea come "marginale, non allineato, escluso, sradicato, dissidente, extraterritoriale", e nella sua autobiografia - romanzata solo in termini di stile narrativo - Manea si descrive spesso in terza persona, autodefinendosi "lo straniero" o "l'esule", ponendo l'accento sulla dimensione straniante dell'esilio, che allontana da se stessi prima ancora che da un Paese con confini più o meno definiti. "Ero sempre stato l'altro", scrive Manea, "cosciente o meno, smascherato o meno, anche se non mi identificavo col ghetto di mia madre e con nessun ghetto dell'identità."

Malgrado viva ormai da anni negli Stati Uniti, Norman Manea continua a pensare, e a scrivere, in rumeno. Un capitolo di Il ritorno dell'huligano si intitola "La lingua errante", spesso, all'interno del racconto, l'autore si descrive come "abitante di una lingua, non di un Paese", ed equipara la perdita della lingua natale al suicidio, perché "la lingua promette non solo la rinascita, ma anche la legittimazione, la reale cittadinanza e la reale appartenenza.

Alla dimensione di esiliato come categoria dell'anima Manea ha dedicato quasi tutta la sua produzione letteraria, che lo accosta, come importanza nel panorama culturale rumeno, a quello che lui chiama "il trio Ionesco-Cioran-Eliade", e lo inserisce nella rosa dei candidati al prossimo Premio Nobel per la letteratura. Il suo mantra è "Sii incessantemente straniero", e l'esilio prende per lui i contorni della metafora esistenziale. La nostra conversazione farà da contrappunto ad alcune citazioni di Il ritorno dell'huligano, che servono a descrivere le tante declinazioni del tema dell'esilio, uno dei più attuali in Europa. Ma poi spazierà anche attraverso i rapporti fra la Romania e L'Unione europea, per approdare alle radici comuni di una cultura che ha la sua culla nell'antichità.

L'ESILIO COME METAFORA

L'esilio offre l'ultima lezione di esproprio: l'addestramento dello sradicato allo sradicamento ultimo.

"Quella dell'esilio è una metafora della modernità. Nell'era moderna, gli esseri umani sono stati lasciati soli con la terribile nozione che Dio sia morto. Sempre di più l'uomo è diventato padrone del globo, è riuscito a riprodurre la natura e in qualche modo a rimpiazzarla. Contestualmente però ha perso il suo centro, e quel senso di appartenenza e di fede che è indispensabile per il suo benessere. I fantatici religiosi di oggi cercano di dare una risposta a questo aspetto della modernità, la combattono cercando di tornare al tempo perduto, di ricreare un equilibrio assoluto, il che è utopistico, perché all'interno di qualunque religione c'è il dubbio, la discussione, il dibattito.

"La diversità e la contraddizione sono anch'esse figlie della modernità e della comunicazione globale, dove l'informazione è immediatamente accessibile quasi ovunque, ma anche di quel bisogno psicologico che Sartre definiva l'"alienazione esterna" dell'uomo moderno, che si sente isolato e privo di speranza. La gente ha bisogno di qualcosa di fuori-da-sé con cui mettersi in relazione e su cui proiettare la propria angoscia esistenziale".

IL RITORNO

Quanto sarebbe morto di me con la partenza?
Non sono pronto per il ritorno. Non sono ancora abbastanza indifferente riguardo al passato... Nessun ritorno è possibile.

"Il ritorno dell'huligano è stato per me un'avventura per recuperare il passato. Dò a chi legge alcune informazioni per costruire una cornice all'interno della quale raccontare la mia storia, non in ordine cronologico ma a seconda di come i pezzi del mosaico si sono uniti nella mia memoria. Ho cercato di ricostruire un'epoca e un luogo, ma soprattutto di ricomporre un destino individuale per sottrarlo alla tragedia collettiva. Le grandi tragedie uccidono l'individualità due volte: la prima al momento in cui esse hanno luogo, la seconda attraverso il ricordo, che privilegia l'aspetto collettivo a quello individuale, e che 'registra' la tragedia solo quando riesce a catalogarla in forma di cliche.

"Ma uno scrittore non può obbedire al cliche. Bisogna che trovi la sua voce, la sua lingua per raccontare la tragedia, e bisogna che si concentri su una vita alla volta, altrimenti non riesce veramente a trasmettere la dimensione del dramma. Vorrei che il mio libro fosse giudicato per i suoi meriti, o demeriti, letterari, invece che sulla storia in sé. Per me, è stato un viaggio in quella realtà indefinita che chiamiamo Io."

IL SENSO DI COLPA

Senso di colpa per non aver lasciato la Patria a tempo debito, senso di colpa per non essere rimasto là fino alla fine.

"Non so se sia possibile parlare di senso di colpa a proposito dell'esilio, che non è il frutto di una decisione lucida, ma una conseguenza di eventi storici o drammi personali. Comunque sia, l'esilio porta sempre con sè una sensazione di incertezza e di smarrimento, dalla quale difficilmente si riesce a prescindere".

LA LINGUA

Il Partito unico imponeva la lingua unica, ufficiale, canonica, che evitava le frivolezze della sfumatura, promuoveva lo stile impersonale, distante, privo di familiarità e di attrattiva.

"Durante una dittatura il linguaggio si impoverisce e il gap fra la lingua del potere e quella della gente si amplia. I discorsi politici, gli articoli di giornale sono sempre più stereotipati, ed è difficile riscattare la lingua dallo stereotipo, perché lo stereotipo entra nella coscienza del suo consumatore, cioè il cittadino. Ma recuperare la propria lingua è una battaglia, un'azione concreta, per mantenere sanità mentale, integrità, autenticità e, in senso lato, speranza.

"In esilio, questa azione è ancora più importante: la tua lingua diventa un nascondiglio, una conchiglia dentro la quale puoi continuare a vivere. Diventa il tuo centro vitale. La letteratura è di grande aiuto, perché ti restituisce il senso di un linguaggio vero, lucido, e gli strumenti per recuperare te stesso".

LA ROMANIA E L'EUROPA

"La Romania è una nazione molto particolare, un'isola latina in un continente slavo. E' la psiche stessa del popolo rumeno ad essere contradditoria: un occhio guarda verso Parigi, la cui cultura ha avuto storicamente grande influenza sul mio Paese, l'altro occhio guarda alla Chiesa Ortodossa, cioè alla Russia e alla Grecia - una Chiesa che, in passato, non ha avuto un ruolo molto positivo, dato che, sotto il comunismo, molti preti facevano da informatori del regime.

"Credo sia fondamentale che la Romania entri a far parte dell'Unione europea, per due motivi: i rumeni si sentiranno maggiormente protetti, e non più stretti fra due poteri forti - Russia e Germania; e saranno costretti a entrare nella modernità, quindi cominceranno a coltivare la speranza in un futuro più prospero, acquisiranno un senso più alto della libertà, dei diritti umani. Ma dovranno pagare un prezzo salato, perché entreranno in un mondo molto competitivo, dovranno combattere la corruzione e rimettere in sesto l'economia nazionale.

"D'altro canto anche la Romania può portare qualcosa di interessante all'Unione: una psicologia convoluta, una cultura ricca di componenti orientali, che possono esser di grande stimolo all'Europa occidentale. La Romania è un Paese piccolo e poco conosciuto, dove la gente ha una mentalità bizantina che è complicata ma anche affascinante. Quando ho lasciato la Romania credevo di non riuscire a sopportarla più, e allora ho scelto un posto più noioso, dove tutto è chiaro, dove so sempre con chi parlo, e non devo preoccuparmi dei significati nascosti delle frasi".

LA CULTURA EUROPEA

"Insegno Cultura europea e Letteratura dell'Europa centrale. E quando spiego cos'è la cultura europea ai miei studenti americani dico che ha due luoghi di nascita: Atene e Gerusalemme. Da una parte c'è la mitologia greca, dall'altra la Bibbia, ed entrambe costituiscono il cuore della specificità culturale europea. E' una visione umanistica del mondo che passa anche attraverso il principio della Legge dell'antica Roma, alla base di tutte le costituzioni europee. Il futuro dell'Europa può essere costruito solo partendo da quelle radici, e dalla consapevolezza della propria storia, anche se è stata spesso tragica".

IL PREMIO NOBEL

"Se dovessi vincerlo - e si sa che i premi sono terni al Lotto, che siano a Stoccolma o a Roma o a New York - credo che molti rumeni reagirebbero come hanno reagito gli ungheresi quando Imre Kertész ha vinto il Nobel per la letteratura : migliaia di telegrammi di protesta - dico migliaia, non decine o centinaia - che dicevano: "Perché non avete premiato un vero ungherese?". Imre Kertész è nato a Budapest, ha vissuto in Ungheria e non sapeva neppure di essere ebreo prima che lo spedissero ad Auschwitz. I romeni non sono diretti come gli ungheresi, quindi troverebbero un modo più contorto di esprimersi, ma la loro reazione, se vincessi io, sarebbe più o meno la stessa."


 

 


 

Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti da fare? Scriveteci il vostro punto di vista a
redazione@caffeeuropa.it