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251 - 17.04.04


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Il potenziale comico dell'euro

Philippe Le Guay con Paola Casella


Quante volte, davanti al conto del supermercato espresso in euro, siamo stati colti da un moto d'ira, o di puro scoramento? Talvolta però - è un evento raro, ce ne rendiamo conto - la reazione è stata una risata incredula e irrefrenabile, davanti al rapporto inversamente proporzionale fra la capacità del nostro portafoglio e il prezzo delle zucchine.

Su questa reazione fa leva Philippe Le Guay, il regista francese anche sceneggiatore della commedia Il costo della vita, pubblicizzata come "la prima vera risata da quando c'è l'euro". Il costo della vita segue le peripezie di sei personaggi che hanno un rapporto ambiguo col denaro, reso ancora più ambiguo da quando il franco (come la lira) si è trasformato in quell'oggetto misterioso e apparentemente dotato di vita propria che è la valuta europea.

"Ho iniziato a scrivere il film in franchi, e quando è subentrato l'euro ho avuto un attacco di panico: questa moneta nuova non aveva alcun significato per me, e nel contesto cinematografico mi sembrava ancora più finta, come i soldi del Monopoli. Provavo a immaginarmi una contrattazione, o una rapina in banca, in euro e mi sembravano istantaneamente irreali. Dopo un po' però mi sono reso conto che il cambiamento dal franco all'euro - quella sorta di terremoto - aveva reso ancora più rilevante la mia idea di scrivere un film sul rapporto della gente col denaro, perché improvvisamente eravamo diventati tutti molto più consci del ruolo che hanno i soldi nelle nostre vite".

Oltre che di denaro, lei parla anche di lavoro, delle contrazioni del mercato e della ricaduta di certe scelte imprenditoriali sul cittadino medio. E' una sorta di nuovo trend, nel cinema europeo?

"Mi occupo spesso delle dinamiche del lavoro: anche il mio primo film, Nightshift, era ambientato all'interno di una fabbrica in crisi e raccontava la vicenda di due operai che si spartiscono il turno di notte nel tentativo disperato di non perdere il posto. E ne Il costo della vita c'è la contrapposizione diretta fra una mamma che lavora (e che alla cassa del supermercato viene colta da quel misto di scoramento e ilarità del quale parlavamo all'inizio, ndr), e rischia il licenziamento per via dell'imminente chiusura della sua fabbrica, e un imprenditore che vuole liquidare proprio quella fabbrica per dedicarsi di più a se stesso, senza preoccuparsi delle conseguenze della sua scelta sui dipendenti. Ma credo sia importante che i film non diventino trattati di sociologia. Quello che mi interessava era analizzare le reazioni di un piccolo gruppo di individui alle prese con la gestione di budget piccoli, cioè con la possibilità di comprarsi un paio di scarpe in più o in meno, di fare shopping a prezzo pieno o dover sempre aspettare i saldi."

Chi è il suo referente, dal punto di vista artistico?

"In Francia, Claude Sautet, che si è spesso occupato dell'influenza dei soldi sulle vite dei suoi personaggi: basti pensare che Nelly e Mr. Arnaud inizia con il protagonista maschile che firma un assegno alla donna della quale si innamorerà. I soldi stanno sempre in mezzo ai rapporti fra uomini e donne, perché sono il tramite attraverso cui ognuno cerca di definire la propria identità sociale e individuale, e di controllare le dinamiche del potere e del desiderio. Ma non credo che avrei potuto girare Il costo della vita senza aver
conosciuto la commedia all'italiana di Monicelli, Scola e Risi, che raccontano i guai della gente comune in modo estremamente divertente. Del resto i rapporti tra il cinema francese e quello italiano sono sempre stati
molto stretti: basti pensare a Mastroianni e Deneuve che, oltre a una figlia, hanno fatto insieme tanti bei film, o al recente successo in Francia di Mimmo Calopresti, Emanuele Crialese, Marco Tullio Giordana e Sergio Castellitto."

Esiste un cinema europeo?

"Ne sono certo, e credo anche che sia destinato ad affermarsi sempre di più, soprattutto in contrapposizione al cinema americano. Fra noi registi europei ci sono molti contatti, e questa non è una cosa
nuova: Fellini e Bergman, ad esempio, erano grandi amici. Il cinema europeo è vicino alla vita reale, ai problemi e alle emozioni della gente comune, mentre quello americano è più interessato a situazioni estreme che comportano emozioni violente."

 

 

 

 


 

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