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251 - 17.04.04


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Un cinema che viene dalla luna

Mauro Buonocore


Per provare a descrivere con poche parole il cinema di Aki Kaurismaki proveremo con tre aggettivi e una scena tratta dalla sua ultima fatica, L'uomo senza passato, una storia che ha affascinato le platee di Cannes fino a fargli meritare i premi della giuria per il film e per la migliore attrice (Kati Outinen).

La scena: lui e lei seduti a un tavolino durante uno dei loro incontri. Due persone che si sono trovate e le cui esistenze iniziano a combaciare, ad incastrarsi come la combinazione unica ed esatta di due pezzi di un complicato puzzle. Poche parole, parlano gli sguardi, le espressioni, i silenzi, i colori dell'immagine, la scenografia spoglia - interni della periferia disgraziata di una capitale nordica -, l'aria fredda che passa attraverso lo schermo. Lui attacca discorso dicendo di essere stato sulla Luna, lei di rimando gli chiede com'era, chi ci ha trovato, e lui: "Nessuno, era domenica".
E allora tre aggettivi: laconico, sarcastico, surreale. Proprio come il cinema di Kaurismaki.

Laconico.
Le sceneggiature dei film di Kaurismaki non sono mai abbondanti di parole, i dialoghi si limitano piuttosto a poche battute. Sarł perchÄ il freddo della Finlandia diventa sullo schermo ancora piŁ freddo se si parla poco, sarł perchÄ da quaggiŁ sulle sponde del Mediterraneo la penisola Scandinava ci appare fredda non solo nel clima, ma anche nell'idea di modelli sociali che ci appaiono troppo rigidi e fissati da regole alle quali il temperamento dei paesi meridionali non riesce ad obbedire. Ma il fatto Ć che i silenzi dei personaggi di Kaurismaki lasciano spazio agli sguardi dei suoi attori. E il mondo che l'autore finlandese racconta lo capiamo bene senza chiacchiere e senza eccessi. I gesti sono semplici e quasi sempre pacati, e le emozioni arrivano allo spettatore senza urlare, senza fracassi, semplicemente stridendo nell'animo di chi ha guardato l'esistenza di diseredati che lavorano e sui quali la vita si abbatte quasi sempre con la forma di una tragedia. Il silenzio fa lo stile di Kaurismaki, cioĆ la scelta di un modo personale di raccontare il mondo. Cosô nel 1999 il regista, gił noto e affermato, realizza Juha, un film completamente muto. Forse una protesta contro il clamore che solleva il circo del cinema ogni volta che fa girare la sua ruota, in ogni caso il film Ć realizzato con i modi che furono del cinema muto, con didascalie e cartelli, senza nemmeno una frase. Forse Ć il cammino di una ricerca personale che richiedeva di asciugare ogni discorso e di raccontare solo con le immagini, con le facce, con i gesti. Fatto sta che nei film di Kaurismaki la parole sembrano evaporare, e rimangono solo quelle necessarie. Strettamente necessarie. Indispensabili.

Sarcastico.
Di fronte a un film di Kaurismaki potreste ridere come non avete mai fatto. Anche quando le storie sono le piŁ drammatiche, anche quando i personaggi vivono nelle condizioni piŁ disperate, il regista finlandese trova il modo, del tutto spontaneamente, attingendo alla naturalezza del suo guardare alle cose del mondo, di condire l'amarezza della disgrazia con lo zucchero della risata. Paradossalmente, il riso allenta la tensione del dramma ma la risata non ci toglie dalla bocca l'amaro. Anzi, il fiele delle disgrazie si fa ancora piŁ intenso se raccontato con i toni del ridicolo e dell'umoristico, perchÄ il sorriso non cancella la condizione di chi ha perso lavoro, di chi non ha piŁ famiglia, di chi Ć stato tradito, ma ce le presenta come qualcosa di estremamente comune e di realisticamente vicino all'esistenza quotidiana. E allora ci fa ridere l'idea di una persona che, licenziato senza famiglia senza amore e senza amici, incontra l'intenzione di suicidarsi senza trovarne il coraggio e cerca disperatamente di noleggiare qualcuno che si prenda la briga di togliergli la vita (Ho affittato un killer, 1990). Il dramma si trasforma in una nera (noir) commedia dell'assurdo che non si abbandona mai all'irreale, ma che penetra nelle paure e nelle ansie di ciascuno spettatore che potrebbe essere al posto del protagonista.

Surreale.
Sembra, a volte, che non esista la realtł raccontata da Kaurismaki. Sembra una cosa di un altro mondo. Sembra proprio proiettata in tempi e ambienti lunari, sospesi a mezz'aria, diafani, sbiaditi. Sembrano addirittura fantasmi le sue storie. Ma i personaggi, le situazioni, le disavventure non sono mai lontani dal mondo in carne e ossa. Sono storie di emarginazione piŁ che vera, di solitudine piŁ che evidente; sono storie che possiamo incontrare nelle strade delle nostre cittł, che possono essere vissute da persone che non ci sono poi cosô lontane, che possiamo leggere tra le pagine di cronaca di un giornale locale: "Uomo picchiato in stazione perde la memoria. E la sua vita ricomincia da zero" (L'uomo senza passato, 2002); "Perdono il lavoro, vivono d'espedienti ma alla fine ce la fanno" (Nuvole in viaggio, 1997); "Operaia, disoccupata, sola e delusa dall'amore: uccide il suo uomo e si costituisce" (La fiammiferaia, 1989). E Kaurismaki ce le mette di fronte agli occhi queste storie nascoste nella cronaca, le sospende, anzi, di fronte al nostro sguardo lasciandole galleggiare in un mare di immagini che in silenzio parlano di esistenze colpite dal fragore dell'emarginazione. Ancora una volta, il contrasto del realismo raccontato con le corde del surreale ci tiene gli occhi incollati sullo schermo, ci convince che stiamo guardando un film, una storia inventata eppure cosô vicina da incatenarci a un racconto che ci ubriaca della sua concretezza, che ci fa vibrare al pensiero che quella storia potrebbe essere la nostra. Con la sua penna surreale Kaurismaki Ć capace di tracciare un ritratto essenziale del mondo, piŁ reale del reale, piŁ vero del vero.



 

 


 

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