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246 - 07.02.04


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Django Reinhardt, eroe integro e integrato

Francesco Màndica


Dannati vecchi tempi, tempi in cui integrazione, esotismo, multiculturalità erano una risorsa. Tempi in cui l’Europa e il mondo applaudivano l’extracomunitario della musica. Il più geniale. Il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), è stato lo zingaro più famoso del Novecento. E’ stato il musicista simbolo per la generazione degli zazou, i talebani dello swing, gli intellettuali parigini che si riunivano come carboneria nelle cave, i locali sotterranei dove potevi ascoltare Reinhardt e il suo quintetto, che si fregiava di un altro emigrante di lusso, Stephane Grappelli, violinista sublime e maestro di buone maniere per Django, che fino alla fine si ostinò a non voler scrivere, neanche la propria firma.

Incorrotto, il mito di Django non è mai stato macchiato dall’infamia del razzismo. Anche i nazisti ci hanno provato, ma Django è rimasto una monade musicale che non può essere disgiunta dalla sua gente, dalla sua tradizione, da tutto quello che la comunità manouche rappresenta. Manouche, zingari, gypsy. L’etimologia inglese è buffa: gipsy viene da Egypt, perché gli zingari vennero confusi per carnagione e tratti somatici con gli abitanti del Nilo, devoti ad Anubis e Cleopatra. E invece questo popolo indiano più vecchio del mondo portò dall’Asia un immane precipitato culturale, frutto di secoli di stratificazione.

Django aveva la faccia e i modi di un visir, baffi ben arrotati e una mano con due sole dita a potersi muovere sulla tastiera della chitarra. Il resto della mano era andata in fumo per motivi di casta, motivi zingari. La storia è strappalacrime, ed è degna del miglior Jacques Demy: Django era un banjoista giovane e scavezzacollo, passava le serate nelle bettole di Port de Clignancourt, tornava tardi, tardissimo, chiedeva ad un taxi di riportarlo nel suo campo, vicino allo sprofondo della cité zingara, un accampamento, una bidonville, roulotte e caravan. In una di queste stamberghe la moglie di Django dormiva, per non svegliarla Reinhardt, che intanto il suo banjo lo aveva scordato nel taxi, con le mani libere si faceva largo nella roulotte, cercando una candela, trovandola, cadendoci sopra.

I fiori di cellophane messi lì in onore alla patrona iniziarono a prendere fuoco. Mise in salvo sua moglie, lui si riparò sotto una coperta. La sua mano tenne stretta la coperta, troppo. Tanto che tutta la mano bruciò. Zingaro e handicappato, ci mancava pure questa, la nostra società avrebbe Django confinato ad un vitalizio, il comune gli avrebbe regalato un ascensore o un tendalino per le estati afose nella roulotte. E invece Django Reinhardt è rinato e al posto di un banjo sordo e pesante è passato alla chitarra. Un miracolo inspiegabile, la sua mano avvizzita si fece complice di un’artigianato musicale sublime: gli accordi che gli ingolfano la testa, tutta la musica, si concentra su due simulacri di dita scampate a un falò.

Qui inizia la leggenda. Django a vederlo nei filmati d’epoca commuove, ma non è un frignare di pietà. E’ qualcosa che ha a che fare con un orgoglio collettivo, che esonda da categorie razziali e scemenze etniche. Lo guardi nei filmati che ciondola avanti e dietro, come un cantore di sinagoga, che guarda il pubblico con gli occhi di uno che è appena arrivato in un bordello, palpebre semichiuse fra divinazione, pathos e sonno.

Quei tempi di solare, indisturbato, clamoroso successo non svanirono, anzi più Django se la tirava e più suonava. Persino in America, lui zingaro, nomade e quasi mendicante si permise di far valere il proprio cipiglio tzigano: arrivò in ritardo alla Carnegie Hall, il tempio della musica, arrivò senza chitarra, convinto che un po’ tutti avrebbero fatto a gara per regalargliene una. Ma New York non era Parigi.

Poi quell’insolenza, temperata dal tempo, pian piano lo trasforma in un animale da sottobosco, rintanato in una roulotte in riva al fiume. Questa volta a dipingere. Donne nude, cosce, labbra, braccia, caviglie, particolari seduttivi. Il popolo Rom, devoto e a modo suo bigotto, non gradisce. Lui se ne infischia. Dei suoi quadri non si è saputo più nulla, qualcuno giura fossero belli come la sua musica.

L’espressionismo di un popolo tutto concentrato in note o in grumi di colore, non è poi tanto importante. Se ne morì, Django, solo e malinconico, poco più di cinquant’anni fa, lasciando ai suoi eredi zingari una musica profondamente mutata, divenuta orgogliosa delle proprie radici. Oggi una schiera di impetuosi cloni recupera la musica manouche con l’abilità delle scimmie che usano il pallottoliere. Con dieci dita non riescono a fare quello che Reinhardt faceva con due.

L’eredità di Django è svanita, come quel sogno di integrazione che la Francia coltivò prima dell’occupazione. Con il papillon e i baffetti, con l’occhio cinico, lo sguardo clinico, con quella mano storpia, quella brillantina: bisogna ricordare Django Reinhardt così. Eroi così oggi starebbero dentro per ricettazione. Di poesia.


 

 


 

 

 

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