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244 - 10.01.04


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Let them come to Berlin
Daniele Castellani Perelli


Dev’essere bella, Berlino, anche d’inverno, per un certo numero di buoni motivi. Io la vidi sotto la neve d’aprile e sotto il sole d’agosto, e mi parve (come parve a molti) il luogo più sereno in cui vivere. E ricordo. Ricordo che dietro Potsdamer Platz c’è una piazzetta e una fontana (Brunnen), con due biciclette colorate appese sull’acqua e un ristorante di classe (Klasse!) dove paghi 20 euro per un tonno (Thunfisch) e degli asparagi bianchi, e dove la cameriera è, in tutta evidenza, una stronza. Ricordo che certe linee del metrò (U-Bahn) sono aperte tutta la notte (Nacht), e ti portano in appartamenti sperduti, dove scroccherai chili con carne alla festa di un tipo cileno che non conosci e che è impaccato di soldi (Geld).

Dev’essere bella, Berlino, anche d’inverno, perché a Kreuzberg, nel quartiere turco (Kleine Istanbul), il barbiere ti offrirà del tè bollente e per 2 euro e 30 mangerai un Doner Kebab che neanche Ankara. Perché tra i prati di Tiergarten puoi bere una birra (Berliner Pilsner) e innamorarti di due labbra e di un piercing. Perché, davanti al Checkpoint Charlie, John (FK) disse (26 giugno 1963, esattamente 16 anni prima della mia nascita): “There are many people in the world who really don’t understand, or say they don’t, what is the great issue between the free world and the Communist world. Let them come to Berlin”.

Ricordo il mio fratello Oezgur, che volle che mi si leggesse il destino sul fondo di un caffè turco (un bel destino, devo ammettere, con moglie, figli e casa sul mare, perbacco). Ricordo le serate cubane di salsa con Carlos, la sera al cine (Matrix 2 in tedesco, per fortuna molti effetti sonori) con Romi (volto rinascimentale), Goodbye Lenin con Marlene (per sempre debitore), le poesie di Edna, il tappo di spumante per il compleanno di François, la cena di otto ore in inglese con il Pec e Pamela (antiamericana dell’Ohio) e Stefan (viaggiatore del mondo e renitente alla leva a Berlino Ovest). L’emozione di visitare un campo di concentramento nazista con l’altro mio fratello, Dekel di Tel Aviv e perderlo lì dentro con la sua maglietta ostentatamente israeliana, e poi ritrovarlo, e dirgli “Oddio (Mein Gott) temevo fosse successo di nuovo (noch einmal!)”, e scoprire cos’è l’umorismo ebraico.

Dev’essere bella Berlino, anche d’inverno, tanto da non capire. Non capire se è perché Lei ha voluto che tutto iniziasse sotto la Fontana del Nettuno di Alexander Platz, o se è la luce (Licht) che s’infila tra i libri di Oranienstrasse. Se è il Suo polso fasciato mentre felice (gluecklich) prende il couscous dagli scaffali di Kaiser’s, o se sono gli orsi (Baeren) delle nazioni in cerchio dietro la Porta di Brandeburgo. Se è la voce con cui Lei ripeteva per gioco il nome delle stazioni (Kottbusser Tor) o se è il nuovo Rinascimento europeo dell’acqua (Wasser) di Potsdamer Platz e del Sony Center (piedi a mollo con François). Se è il laccio dei capelli che partendo ha lasciato sul tavolo della tua stanza o è il fatto che nessun Gasparri tedesco ha ancora chiesto la demolizione del monumento a Marx e Engels. O se sono i resti del muro dell’East Side Gallery, il Quartiere Schützenstraße di Aldo Rossi, i bar sullo Spree al lume di candela o le bettole psichedeliche di Berlino Est. Chissà cos’è, di tutto quest’incanto, che ti faceva sentire felice e che un giorno ti farà credere, come a tutti gli italiani che come te sono stati a Berlino, di averla presa anche tu, la “berlinite”. La stupida paura che Berlino sia stata la tua età dell’oro, la tua meglio gioventù, e che solo lì saprai essere felice così, bello e grande così, come la Torre della Televisione (Fernsehturm) che svetta nel cielo sopra Berlino.




 

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