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240 - 15.11.03


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Dall’Europa in Europa

Paola Casella

Un cavallo e un cavaliere, o meglio, un ussaro fieramente in sella al suo destriero: è questa l’immagine che ricorre più spesso nel documentario ungherese Europabol Europaba (“Dall’Europa in Europa”). E quell’immagine viene riprodotta identica in momenti diversi dei 36 minuti della proiezione, perché Europabol Europaba è il risultato di un esperimento che comportava fin dalle premesse il rischio della ripetizione.

L’esperimento era questo: il Ministero della Cultura ungherese chiedeva a dieci registi, fra cui i più affermati d’Ungheria - Istvan Szabo, Miklos Jancso, Ildiko Enyedi, Pal Sandor – di attingere liberamente al materiale filmico dell’archivio di stato e di trarne ciò che consideravano più interessante per illustrare l’importanza dell’entrata dell’Ungheria nell’Unione Europea.

La nota dominante di Europabol Europaba è il patriottismo: come a dire, noi ungheresi abbiamo almeno altrettanto da offrire all’Europa di quanto abbiamo da carpire. E non abbiamo alcuna intenzione di rinunciare alle nostre radici in nome dell’ingresso nell’elite europea – della quale, sottolineano i registi, facciamo parte da sempre, per storia, tradizione culturale e “diritto di sangue”.

“Benedici i magiari, signore!”, legge la citazione all’inizio di uno dei segmenti. Di qui la reiterata immagine dell’orgoglio magiaro rappresentato dall’ussaro a cavallo, e almeno una battuta antiamericana: nel brano diretto da Pal Sandor, il regista beve un sorso di una bevanda (Coca Cola?) e la sputa a terra, dicendo: “Come si fa a bere questo schifo?”. Poi conclude, scuotendo la testa: “America…”

Il documentario mostra anche molta nostalgia: per i fasti perduti, nelle lunghe scene tratte dai cinegiornali; per un passato innocente, in qualche scena bucolica popolata di contadinelle dalle guance rubizze; per il glorioso passato calcistico dei campioni alla Puksas. Ma c’è anche molta speranza nel futuro, rappresentata soprattutto dal segmento che ritrae un gruppo di bambini di varie nazionalità intenti a cantare l’inno nazionale ungherese.

All’ultima Mostra del cinema di Venezia Europabol Europaba, presentato nella sezione Proiezioni Speciali, ha suscitato reazioni miste fra il pubblico, composto per la maggior parte di italiani che aspettavano la proiezione, in concorso, di Il miracolo di Edoardo Winspeare. Molti spettatori hanno dunque assistito disorientati (e impreparati) a spezzoni di documenti filmici che, anche nel contesto di un festival internazionale, apparivano curiosamente esotici.

Alcune scene, ripescate dalla filmografia ungherese anni ’50, facevano sorridere per la loro ingenuità; altre, come quella del solito ufficiale a cavallo che galoppa su un’autostrada, hanno provocato l’ilarità generale, letteralmente esplosa quando il destriero ha superato con un salto una simbolica barriera di confine fra Ungheria e Resto d’Europa, per entrare fisicamente nell’Unione.

“Il filmetto si è conquistato il Leone d’oro del kitsch”, ha scritto a suo tempo l’impietoso Dagospia. O forse è il pubblico italiano a non provare più da tempo uno spirito patriottico così acceso da rischiare il ridicolo, o a contemplare l’opportunità di entrare in Europa con orgogliosa fierezza.



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