CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
239 - 01.11.03


Cerca nel sito
Cerca WWW
Nient’altro che spettacolo

Neil Postman con Giancarlo Bosetti


L'intervista che segue Ć stata pubblicata sulla rivista Reset, numero 66, luglio-agosto 2001.

Neil Postman, sociologo della comunicazione, cattedra alla New York University (dove tiene attualmente un corso di storia delle comunicazioni e su linguaggio e comportamento umano), Ć l'autore di uno dei testi piŁ citati nel mondo. Il suo nome compare quasi sempre nelle prime pagine dei saggi che si occupano di effetti sociali dei mass-media ed il libro che immancabilmente si affaccia Ć Amusing Ourselves to Death, (Divertirsi da morire, i Libri di Reset, 2002), pubblicato nel 1985. La tesi centrale Ć che la televisione ha avuto come conseguenza un declino della typographic mind, della mentalitł tipografica, cioĆ della cultura basata sul confronto razionale e informato dalla lettura a beneficio dello spettacolo, con conseguenze rilevanti sulla politica. Il libro apparve in piena epoca reaganiana. Lo abbiamo intervistato nei giorni della vittoria elettorale in Italia di Berlusconi, un media-tycoon passato alla politica, e mentre un collega americano del Cavaliere, Michael Bloomberg Ć "sceso in campo", anche lui, per la conquista del posto di sindaco di New York.

Le sue teorie, ormai non piŁ recenti, sembrano destinate a un ritorno di fiamma, professor Postman. Il caso Berlusconi non Ć una conferma delle sue tesi?

Non sono abbastanza preparato sull'Italia per risponderle di sô, anche se ce ne sarebbero le premesse. Vede, la mia cultura generale sul vostro paese non va al di lł del sapere che il vostro sistema politico ha prodotto nei cinquant'anni del dopoguerra una cinquantina di primi ministri, cioĆ la media di uno all'anno. Lei adesso non mi vorrł convincere che la situazione Ć cambiata e che con Berlusconi sarł diverso.

No, professore, non la voglio convincere di niente di particolare in relazione all'Italia. Diciamo questo: le sue tesi sono la piŁ classica formulazione degli effetti negativi che la televisione fa al discorso pubblico e al confronto politico. Le ha formulate piŁ di quindici anni fa. Potrebbero risultare datate all'epoca di Reagan, quando un attore vinse le presidenziali. Negli anni successivi sembrava che la televisione generalista fosse destinata a un certo declino, a beneficio di nuove tecnologie. Invece, a quanto pare, mantiene un peso dominante sulla comunicazione in tutto il mondo. Non Ć sorprendente?

No, non Ć sorprendente. Non solo non c'Ć stato quel declino. Credo addirittura che la situazione si sia fatta ancora piŁ difficile che nel 1986. Almeno in America fare televisione significa essenzialmente vendere il pubblico degli spettatori agli inserzionisti: di questo si tratta. Quindi, il miglior modo di ottenere questo risultato Ć semplicemente quello di fare della televisione una fonte continua e ininterrotta di intrattenimento. Ora, nel 1986, quando ho scritto queste cose, questo era gił del tutto ovvio; ma oggi, nel 2001, Ć ancora piŁ evidente. Se dovessi scrivere lo stesso libro in questo momento, non dovrei cambiare molto a parte l'aggiungervi alcuni esempi su come la televisione enfatizzi naturalmente l'intrattenimento del pubblico. Il suo ruolo consiste unicamente in questo e nulla di piŁ.

Un momento, negli anni Novanta si Ć fatto un gran parlare di un cambiamento di scena con l'arrivo di Internet, dei canali specializzati, della web-tv. Sembrava che tutto dovesse cambiare rapidamente.

Questo Ć un tema diverso. La tecnologia dei computer Ć un'altra cosa rispetto alla televisione, in virtŁ della sua natura interattiva, ma per quanto riguarda la tv in quanto tale, il suo principale obiettivo resta sempre quello di vendere i telespettatori agli inserzionisti. Ora, la tecnologia dei computer Ć diversa anche in questo, e probabilmente finirł per indurre effetti culturali diversi. Anche se vale la pena di osservare, subito, che gran parte dell'uso che la gente fa dei computer riguarda anche il loro desiderio di intrattenimento, la ricerca di nuovi divertimenti. Comunque la tecnologia dei computer non si puś assolutamente ridurre soltanto a questo.

Non pensa che la tv intesa nel senso classico del broadcasting, del generalismo, del free commercial, sia destinata a perdere di importanza rispetto alle forme di comunicazione elettronica piŁ selettive e interattive?

Non ci sono, almeno qui negli States, molti elementi che attestino con certezza che il guardare la televisione sia in calo a causa dell'affermarsi della computer technology. Quello che Ć cambiato, ovviamente, Ć l'apertura della televisione al cavo, alla pay-tv e ad altre forme di tv. Il modo di guardare la tv Ć rimasto in gran parte lo stesso, anche se non ci si limita piŁ, qui in America per esempio, a tre-quattro network; la gente ha a disposizione decine e decine di stazioni. Puś darsi che in Italia sia diverso, ma qui la gente continua a guardare la televisione all'incirca nella stessa percentuale di quanto avveniva prima della diffusione dei computer.

Non si sta sviluppando una domanda diversa?

Il pubblico si rivolge alla tv per quasi tutte le sue esigenze, che Ć il concetto principale che ho cercato di spiegare nel mio libro del 1986. Voglio dire che agli altri media, giornali, cinema o cd ci si rivolge per scopi ben precisi. Si mette un cd per sentire la musica, si va a teatro per vedere una commedia. Ma alla tv ci rivolgiamo per tutto. Ú diventato quello che io definisco il centro di comando della cultura. La gente si rivolge alla tv per la religione, l'informazione, lo sport, le opinioni politiche. La tv fornisce tutto, e il problema che ne Ć sorto nasce dal fatto che, dal momento che la televisione riguardava essenzialmente il divertimento, o l'intrattenimento, tutte queste forme - la religione, la politica, etc. - finivano per diventare intrattenimento, questo era il problema.

Ora, nessuno puś ragionevolmente opporsi al bisogno di divertimento. Che obiezioni fare alla preponderanza della tv?

Non ho mai sollevato obiezioni contro quelli che potremmo chiamare i programmi di intrattenimento in tv. Il mio rifiuto era contro il fatto che l'informazione, la religione, la musica e altri settori culturali seri diventavano intrattenimento e venivano trasformati in fonti di divertimento. Gli spettacoli di informazione, per esempio, sono oggi organizzati e concepiti allo stesso modo in cui si metterebbe in piedi uno spettacolo di varietł. Si cercano i giornalisti piŁ attraenti, e costoro dedicano al parrucchiere almeno lo stesso tempo che dedicano al loro lavoro. Ci si garantisce una parte musicale, ci si assicura di poter mandare in onda le cose visivamente piŁ interessanti, che si tratti di filmati importanti dal punto di vista della notizia o meno. E tutto ciś continua a valere anche oggi.

Ricorda la profezia di George Gilder e Nicholas Negroponte sull'era digitale e sui suoi effetti: la vecchia tv diventava un mammuth. Insomma, avevano torto?

Ú difficile dire che una profezia Ć sbagliata, a causa della natura stessa della profezia. Si parla del futuro, ed Ć molto difficile stabilire, al presente, che cosa si dimostrerł vero. Non credo che la loro profezia fosse corretta, ma non sono in grado di dimostrare la mia tesi cosô come loro non possono provare la loro. Non so se avessero stabilito un limite di tempo entro cui dovesse avverarsi, ma sono sicuro che, se avevano detto che entro cinquant'anni le trasmissioni televisive sarebbero diventate obsolete, dovremo aspettare cinquant'anni. Molte delle profezie del passato, secondo le quali alcuni mezzi di comunicazione sarebbero divenuti obsoleti, non si sono mai avverate. Per esempio, quando la tv fece la sua comparsa sulla scena, si disse che la radio sarebbe scomparsa. Ci furono molte profezie al riguardo. Sono convinto che quando, nel XV secolo, comparve la stampa a caratteri mobili, la gente avrł pensato che l'idea dei professori che fanno lezione sarebbe divenuta obsoleta, perchÄ gli studenti avrebbero avuto accesso agli stessi libri dei professori: eppure oggi che cosa troviamo nelle normali aule universitarie? I professori che continuano a far lezione. Bisogna stare molto attenti alle profezie.

Soprattutto se le premesse riguardano la tv, dal momento che le trasmissioni televisive sembrano destinate a durare piŁ di quanto potessimo immaginare vent'anni fa?

E la mia opinione Ć che siano destinate a durare ancora a lungo. La tv Ć gił cambiata parecchio con l'avvento del cavo. Per quanto, anche le stazioni via cavo sono ancora guidate dallo stesso principio che ho gił citato: il bisogno di vendere il pubblico agli inserzionisti. Ú cosô che si sostengono le stazioni. E questo fatto Ć rimasto decisamente costante.

Nel suo libro Divertirsi da morire c'Ć un bellissimo capitolo sull'era tipografica, soprattutto in riferimento alla storia americana. I fondatori degli Stati Uniti erano degli straordinari lettori, in massa. Questo capitolo potrebbe essere criticato perchÄ idealizzante. Vogliamo parlare di quanto c'era di brutto in quell'epoca, del modo in cui viveva la gente, di quanto si moriva giovani, delle malattie╔

Non Ć il primo a dirmi che il mio ritratto della mentalitł della carta stampata Ć piuttosto idealistico. Qualunque cosa possa dire, Ć ovvio che c'erano moltissime cose che non andavano, nell'epoca in cui la stampa governava il modo di pensare. Ma le idee sociali e filosofiche che oggi diamo per scontate, furono il prodotto di un mondo orientato in base alla stampa. Dopo tutto potremmo anche dire che le persone che hanno inventato le nuove tecnologie, i nuovi mondi - dalla radio alla televisione, agli aerei, ai computer - tutte queste persone furono educate quasi esclusivamente da penna, carta e libri. Lo stesso Bill Gates ha ricevuto un'educazione basata in gran parte sulla parola scritta. Potremmo chiederci come hanno fatto queste persone a diventare tanto in gamba.

Indubbiamente hanno studiato.

Ú possibile che nella parola scritta vi sia qualcosa che conferisce alla mente una specie di potere, un potere che non avrebbe se questo mezzo di comunicazione non fosse disponibile. Non intendo certamente affermare che, per il solo fatto di avere un mondo basato sulla stampa, si abbia un mondo ideale. Dico solo che la parola scritta ha portato a sviluppare un tipo di mentalitł che ha consentito di concepire il mondo moderno. Senza la stampa, non credo che avremmo potuto avere non solo la tecnologia di cui disponiamo, ma neanche le idee politiche e sociali che continuano a ispirarci. Nel XVIII secolo, per esempio, esisteva la schiavitŁ e c'erano governi tirannici, la gente faceva lavorare i bambini nelle fabbriche dall'alba al tramonto. Ma fu nell'era della stampa che tutte queste idee sbagliate furono eliminate, e la gente iniziś a pensare in modo diverso, grazie a quello che ho chiamato il print mind set, la mentalitł della carta stampata.

Il suo libro degli anni Ottanta si occupa piŁ di quel che la televisione fa alla nostra mente - voglio dire, come influisce sul modo in cui conseguiamo la conoscenza delle cose - o dell'epistemologia, che non alla scienza della politica. La preoccupa di piŁ il malfunzionalmento della mente che quello della democrazia?

Credo che le due cose siano strettamente collegate, e continuo a credere che la tv eserciti un profondo effetto sul modo in cui facciamo politica. Per esempio, in America la politica - o quanto meno, di certo, le campagne elettorali - Ć condotta attraverso sound bytes ("battute di effetto") e gli uomini politici non fanno piŁ lunghi discorsi ben organizzati. Questo non avviene piŁ nell'era della televisione. L'immagine televisiva del candidato Ć molto piŁ importante delle sue convinzioni. Per questo ho affrontato nel libro alcune delle implicazioni politiche del mondo televisivo e ho dedicato anche un capitolo alla sua influenza sulle idee religiose. In generale il mio interesse principale, per dirla con lei, riguarda gli effetti epistemologici. Ma non mi sembra di aver davvero trascurato gli altri suoi effetti sociali o politici.

Un'altra linea di critiche alla televisione riguarda la esposizione dei bambini alla violenza. In America c'Ć molta sensibilitł al tema, se ne sono occupati il Congresso, la Casa Bianca con Clinton, la Universitł di California Los Angeles con un famoso rapporto. Lei se n'Ć occupato?

Si tratta di un'annosa discussione tra gli studiosi e l'opinione pubblica, qui in America, soprattutto a causa dell'aumento della violenza. I genitori hanno iniziato a prendere davvero sul serio questo problema. Le universitł americane hanno avviato circa 3000 ricerche per cercare di cogliere il rapporto tra la violenza in tv e il comportamento dei ragazzi. Alcune di queste ricerche non sono chiarissime, ma Ć ormai universalmente accettato che vi sia un collegamento tra la violenza in tv e l'aumento della violenza tra i giovani.

Ci sono evidenze in questo senso?

Le prove sono fornite dalle scienze sociali, ma nelle scienze sociali quel che Ć provato non Ć mai totalmente privo di ambiguitł, nÄ si puś pretendere una prova conclusiva come, per esempio, nella medicina. Perś l'evidenza c'Ć, il rapporto esiste.

Non teme di essere arruolato tra i nemici della modernitł?

No, la cosa non mi fa paura. Se lei si riferisce a quegli intellettuali francesi che parlano del mondo come decostruzione╔ Ć questo che intende?

I postmodernisti, i relativisti, i nichilisti, mettiamoci anche loro tra gli avversari della modernitł.

Di fronte a questi obiettori la cosa migliore che posso fare Ć osservare il mondo dal punto di vista della mia disciplina e vedere in che modo i media alterano la nostra vita sociale, le nostre idee politiche, le nostre abitudini. Per cercare di dirlo nel modo piŁ onesto possibile, se qualcuno la pensa in modo diverso, bene: scriverł i suoi libri, farł i suoi discorsi; e se non siamo d'accordo, ebbene, non siamo d'accordo; e allora sarł il pubblico a decidere chi porti le migliori argomentazioni e le prove piŁ convincenti. Non ho esitazioni nel dire quel che penso e non mi spaventa il confronto.