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239 - 01.11.03


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Mondo Nuovo senza lumi

Mauro Buonocore

Il pezzo che segue  la postfazione dell'edizione italiana di Divertirsi da morire, di Neil Postman, edito nel 2002 da I libri di Reset.

Immaginate un gigante alto quattro metri, dalle sembianze in tutto umane salvo che nelle dimensioni esagerate e proporzionate alla sua statura. Il suo nome è Margutte, vaga per le strade del mondo e non pensa che a soddisfare i propri sensi, a bere e a mangiare fin quanto il suo corpo eccessivo non sarà sazio; cinico e beffardo in ogni situazione, nemico di ogni religione e filosofia, estraneo ad ogni tipo di regola morale, è pronto a trarre vantaggio da qualsiasi circostanza. L’unica forza dalla quale si lascia guidare è quella dell’istinto, della vitalità naturale che lo spinge ad appagare senza remore, e senza regole, i desideri della carne.

Margutte è l’invenzione di uno scrittore, frutto della fantasia di Luigi Pulci che gli regala un posto tra i personaggi del suo poema intitolato Morgante Maggiore, storia di paladini e cavalieri, di lotte tra cristiani e musulmani all’epoca di Carlo Magno, scritto a Firenze intorno al 1483, alle soglie del Rinascimento, in quell’atmosfera culturale che è passata alla storia con il nome di Umanesimo. Margutte morirà nel bel mezzo del poema, trovando una fine adeguata al proprio stile di vita: sarà soffocato dalle sue stesse risate, dal divertimento che non riesce a controllare nel vedere una bertuccia che ha calzato i suoi enormi stivali.

Ebbene, proprio una simile situazione, un gigante che muore, letteralmente, dal ridere, possiamo leggerla nel libro di Neil Postman Divertirsi da morire. Con due differenze sostanziali e qualche precisazione.
La prima differenza è che, da una parte, le parole di Luigi Pulci, i suoi personaggi e Margutte in particolare, rappresentano una vitalità umana che vuole uscire dalla fissità delle regole del Medio Evo per dedicarsi ad un’umanità meno ideale che sappia guardare a tutte le dimensioni della vita, compresi la sensualità e l’appagamento degli istinti; dall’altra parte, Postman non ci parla di un gigante che vuole appagare i propri desideri, ma di una cultura che si dissolve, del soffocamento del pensiero critico e razionale ad opera di una società edonistica in cui la capacità di analisi, di descrizione e di interpretazione della realtà si perde nella dimensione pervasiva del divertimento, divenuto non più un aspetto della nostra cultura, ma elemento unico dell’esperienza. Il divertimento permea e dà forma ad ogni istante della nostra vita, riducendo a una forma di intrattenimento evasivo anche i discorsi che hanno bisogno della riflessione ragionata per essere compresi e per ricevere una risposta razionalmente formulata da parte dell’opinione pubblica.

La seconda differenza, alla prima strettamente legata, è che la lettura che Postman compie della società americana è costruita attorno alla centralità dei mezzi di comunicazione. Pulci ci racconta una storia fantastica attraverso la quale esplora lo spirito del suo tempo, il mondo multiforme che si affaccia ad una società che esce dal Medio Evo e si appresta a vivere una nuova epoca di scoperte, di esperienze, di idee. Postman, invece, vuole descrivere analiticamente il modo in cui i media si pongono al centro di quel processo che ha portato il divertimento ad impossessarsi della nostra vita.

“Il medium è la metafora”, esordisce lo studioso americano prendendo le mosse dalla famosa frase di Marshall McLuhan. Ogni mezzo di comunicazione ha delle caratteristiche che plasmano la forma del discorso a cui danno luogo, e questa a sua volta influisce sui contenuti intorno ai quali ruota e si concentra la conversazione. Il medium quindi contribuisce a creare una epistemologia, un modo attraverso il quale le persone si pongono di fronte alla realtà, la guardano e la interpretano per poi giungere ad una forma di conoscenza, e l’analisi del mezzo di comunicazione che domina un’epoca è lo strumento indispensabile a comprendere come il sapere circoli nella società e che rapporto si costruisce tra le persone e la realtà che le circonda.

Seguendo questo ragionamento si arriva ad un’opposizione tra quella che Postman definisce la typographic mind, la mentalità tipografica nata e sviluppatasi sotto gli effetti della stampa, ed una mentalità modellata dallo schermo della televisione, dalla veloce successione di immagini, dall’infinito flusso di informazioni.
Che fine ha fatto, si chiede Postman, il discorso razionale formato da argomentazioni coerenti e lineari? Che posto ha nel mondo contemporaneo la pubblica conversazione che si esponeva, nei tempi che hanno partorito l’Illuminismo e la nascita delle moderne democrazie, alla comprensione ed all’analisi di un pubblico attento e critico in base alla sistemazione di idee e di opinioni? Dove è finito “l’uomo tipografico”, l’individuo che grazie ad una preparazione intellettuale costruita attorno alla stampa, alla scrittura e alla lettura, impostava la propria comprensione del mondo intorno al confronto razionale, espressione di un atteggiamento concettuale ed obiettivo, consequenziale e raffinato?

Questo discorso, questa conversazione, quest’uomo sono stati inghiottiti da una società nuova che ha sostituito la comprensione con la visione, la razionalità con l’intrattenimento in ogni sfera del vissuto. La stampa, che è stata il mezzo di comunicazione principe delle età dello sviluppo della civiltà moderna, dell’affermazione delle libertà civili, ha lasciato il posto alla televisione. Se l’alfabetizzazione era garanzia e condizione necessaria alla partecipazione ragionata al discorso pubblico, nell’epoca della tv questo si è avvilito ad una forma di divertimento, ad una sequenza rapida e sfuggente di immagini che appaiono e scompaiono sulla superficie di uno schermo lasciando subito il posto ad altre figure, ad altre luci, ad altri colori. È la stessa forma televisiva che produce questo cambiamento, è l’assimilazione del reale attraverso la visione, anziché per mezzo dell’interpretazione e della comprensione, che trasforma la cultura, l’insieme delle rappresentazioni del reale, in un palcoscenico fuggevole, inaccessibile alla ragione e dominato dallo spettacolo. Ogni espressione che voglia trovare spazio nell’ambito della programmazione televisiva deve indulgere alla risata, alla rilassatezza intellettuale, alla pigra fruizione superficiale. Il mezzo-tv è il protagonista e l’artefice di un mondo di rappresentazioni sfuggenti, in cui il racconto della realtà perde il contesto, perde il tempo necessario alla comprensione razionale, alla chiarificazione dei problemi ed alla ricerca di soluzioni efficaci.

La stampa chiede al lettore il tempo di comprendere, lo sforzo di capire, l’abilità di seguire un discorso analitico, di interiorizzarlo e di produrre una interpretazione. La televisione riempie ogni silenzio, bandisce la comprensione approfondita, non ha il tempo di spiegare e contestualizzare ma produce un flusso ininterrotto in cui alla tristezza si sussegue il riso, alla tragedia la commedia, alla realtà la finzione. Il palcoscenico è sempre lo stesso, le scene si succedono in un circuito senza soluzione di continuità.
Amico ed allievo di McLuhan, Postman ne raccoglie così il pensiero e se ne fa erede, mantenendo però un atteggiamento critico anche nei confronti dello studioso canadese. Non assume, infatti, ciecamente ogni conclusione ed ogni aspetto dell’autore di Understanding Media, quello che interessa di McLuhan non sono le conclusioni e le risposte che ha dato a certi interrogativi, ma la domanda stessa che ha posto al centro dei suoi studi e che rappresenta il nucleo centrale di tutto il pensiero di Neil Postman.

La cosa essenziale per capire il mondo in cui viviamo è chiedersi se la forma di un mezzo di comunicazione influisce ed in che modo sulle relazioni sociali, sulle idee politiche, sui comportamenti mentali, sul nostro apparato sensoriale, in definitiva sul rapporto tra le persone ed il mondo. Studiare i media vuol dire quindi studiare non solo le macchine e come funzionano, ma anche, e soprattutto, l’interazione tra la forma e la struttura delle macchine e gli uomini, la loro cultura, la loro società.
Da questa idea è nato il progetto di ricerca in “Ecologia dei Media” che Postman dirige alla New York University e che prende il nome proprio da un’intuizione di McLuhan: i media creano un ambiente simbolico, sono capaci cioè di dare forma ad atteggiamenti ed esperienze, producono cambiamenti nella cultura; riuscire a capire e a leggere questi cambiamenti è indispensabile alla comprensione della realtà e delle dinamiche che l’attraversano.

Uscito per la prima volta negli Usa nel 1985, al tempo della seconda vittoria elettorale di Ronald Reagan alle presidenziali, Divertirsi da morire avrà certamente tratto spunto da quella situazione, dall’affermazione di un presidente che era stato un attore di Hollywood. Ma a guardar bene, dopo oltre quindici anni, il libro non è affatto invecchiato e conserva una sua freschezza perché vuole descrivere la televisione come medium, con la sua struttura ed i suoi effetti, ed inoltre è portatore di un’idea forte, radicata e ragionata, che attraversa tutta la produzione libraria di Postman. È un’idea che riguarda la comprensione del mondo e dei rapporti tra le persone, che riguarda la critica come atteggiamento analitico nei confronti di una realtà per descriverne la natura e metterne in evidenza le caratteristiche, è un’idea che riguarda la scuola e le istituzioni educative, la tecnologia e come affrontare i cambiamenti che ossessionano i nostri pensieri sul futuro. Tutti temi questi che, per quanto possano apparire diversi e lontani tra loro, si intrecciano saldamente nella scrittura del professore americano e proseguono, paralleli ed avvinti, lungo un unico filo. Ma cerchiamo di procedere con ordine.

Alcuni libri che Postman ha scritto (i titoli principali sono The Disappearence of Chidhood, The End of Education e Teaching as a Subversive Activity) riguardano il tema della scuola e dell’educazione. L’idea centrale di queste pubblicazioni è che il modo in cui uno Stato programma e gestisce l’educazione dei bambini sia lo specchio di un popolo, della sua civiltà. Guardando alla scuola americana ed ai principi che il suo funzionamento trasmette agli allievi, Postman individua l’esistenza di alcune idee che le istituzioni scolastiche trasmettono ai bambini e che da questi vengono assunte come delle tracce sulle quali impostare la vita quando saranno adulti.

Questi “dei”, così li chiama l’autore, rispondono alle norme dell’utilità economica e del consumo attraverso le quali si preparano i bambini ad entrare nel mondo economico e ad immaginare una vita completamente impostata secondo la più spicciola logica della proprietà, secondo la quale le persone valgono per quello che possiedono e non per quello che sono o che pensano. Il secondo dio che guida l’educazione dei piccoli americani è quello che spinge la scuola all’ossessione della tecnologia, presentata come elemento preponderante della società contemporanea da assecondare e da seguire in ogni sua manifestazione; un altro dio è quello del separatismo, dell’individualismo che presenta ai bambini un mondo in cui le persone stanno le une contro le altre guidate dalla logica del profitto personale.

Di fronte a questi racconti della realtà, condannati come assolutamente inadeguati alla formazione di membri della società civili e responsabili nei confronti degli altri e dell’ambiente, Postman propone tre nuove narrazioni, descrizioni innovative per dipingere agli occhi dei bambini un mondo al quale possano partecipare con spirito di responsabilità e di solidarietà.
La prima delle nuove narrazioni è quella che l’autore chiama “Storia dell’astronave Terra”. Raccontare il pianeta come una delicata navicella che attraversa lo spazio può essere utile a creare una coscienza dell’umanità, della responsabilità collettiva che gli individui hanno nei confronti del mondo e degli uomini perché se una parte dell’astronave non funziona, tutto l’equipaggio ne subisce le conseguenze.

Altro racconto è quello della “Storia degli angeli caduti”, secondo la quale gli uomini non sono che degli esseri imperfetti che non hanno il dono dell’infallibilità, ma, al contrario, l’errore fa parte della loro natura. Una terza narrazione è quella che vuole descrivere “L’America come un esperimento”: una visione di questo tipo della propria storia nazionale, saprà trasmettere ai giovani americani il sentimento della nazione, senza lasciarlo sconfinare nel nazionalismo che vuole vedere gli altri stati inferiori agli Usa. Questi invece sono visti come una realtà nata da processi che non sono affatto definitivi ma che sono un continuo divenire.
Attraverso questa nuova impostazione, la scuola potrebbe soddisfare i pilastri principali che ne costituiscono il fondamento. L’educazione dovrebbe innanzitutto trasmettere agli allievi la capacità di assumere un atteggiamento critico, e mai passivo, di fronte alla realtà, in modo tale da individuare problemi e porre domande. Gli strumenti che si hanno a disposizione per realizzare tale obiettivo educativo sono principalmente due: lo studio della storia e del linguaggio. Dalla storia si possono ricavare le idee che possiamo utilizzare per interpretare il nostro presente, capirlo e trovare una direzione verso la quale indirizzare la soluzione dei problemi. Il linguaggio è invece lo strumento dell’espressione, della comunicazione e dell’interazione tra le persone, il veicolo della comprensione e della manifestazione delle idee e delle opinioni.

L’atteggiamento di Postman di fronte alla tecnologia ed alla concezione che di essa si ha nelle contemporanee società avanzate, è l’oggetto dei libri più recenti ed ha risalto soprattutto in Technopoly. The Surrender of Culture to Technology.
Le parole dell’autore di Divertirsi da morire sono animate qui da una preoccupazione che nasce dalla mancanza di un atteggiamento critico nei confronti dello sviluppo tecnologico. Questo sembra essere considerato da alcuni studiosi con un entusiasmo che porta alla confusione tra l’efficienza delle macchine e le umane capacità di valutazione. Sembra diffondersi l’idea che l’implementazione, continua e smisurata, di sistemi informatici capaci di trattare e trasmettere quantità sempre maggiori di informazioni ad una velocità sempre più alta possa essere la soluzione a problemi che coinvolgono ogni sfera della condizione umana.
Già Alvin Toffler, con la sua Terza Ondata, aveva predetto che in un futuro non molto lontano le differenze tra Nord e Sud del Mondo sarebbero scomparse grazie ai sistemi informatici ed alla libera circolazione dell’informazione. Pierre Lévy, dalla Francia, ci aveva parlato di una democrazia planetaria in cui, grazie all’efficienza delle reti telematiche, gli intelletti dei singoli si sarebbero uniti in un’intelligenza collettiva, espressione del sapere universale in cui ciascuna persona avrebbe potuto partecipare direttamente ed attivamente alla gestione della propria realtà. Lawrence Grossman aveva invece affermato che i tempi erano maturi, con le nuove tecnologie digitali, per la realizzazione di una repubblica elettronica in cui ogni cittadino potesse esprimere il proprio parere da casa sua, comodamente seduto di fronte al computer, o magari davanti ad una tv interattiva. Nicholas Negroponte, da quella fucina di innovazioni che è il Mit di Boston, ci aveva raccontato che la materia perderà progressivamente di importanza a vantaggio dei bit, delle informazioni ridotte a sequenze di zero e di uno che saranno i veri protagonisti delle nostre esperienze, dalla spesa al supermercato al convegno con i massimi esperti di qualsivoglia materia.

Ecco citati alcuni esempi, i più famosi ed eclatanti, di quel determinismo tecnologico di coloro che credono che il cambiamento affidato alla tecnologia sia portatore spontaneo e naturale di soluzioni a problemi che assillano il genere umano da secoli.
Da queste visioni scaturisce quella società che Postman chiama “tecnopolio”, il mondo visto, condotto ed interpretato dalla tecnologia. Una realtà in cui nella dovizia inesauribile di informazioni si perde la riflessione, nel bombardamento incessante di dati e di innovazioni si dissolve la capacità di guardare alla condizione umana in un modo problematico capace di interpretarla con senso critico.
Jacques Ellul ha paragonato la tecnologia ad una religione il cui dio è l’efficienza, i sacerdoti sono gli economisti ed i servi fedeli sono i tecnici. La versione avanzata da Postman è quella di uno scetticismo ragionato che sappia guardare alle innovazioni non come a miti, nel senso che Barthes ha dato a questa parola, non cioè come a elementi che fanno parte di un ordine naturale delle cose, ma come ad artefatti ideati, prodotti e costruiti in uno specifico contesto politico, economico, storico. Da questo punto di vista la tecnologia appare piuttosto come un contratto faustiano, che dà e che toglie. Così è stato per la scrittura, per la televisione e per tutte le tecnologie della comunicazione. Nella consapevolezza che il mutamento tecnologico produce nella società dei cambiamenti radicali, e nel computo dei vantaggi e degli svantaggi che accompagnano questi cambiamenti, sta la possibilità di vivere il progresso senza abbandonarsi ciecamente in balia delle trasformazioni, fiduciosi che queste siano spontaneamente positive.

L’information overload, l’assuefazione al mare magnum di informazioni reca la conseguenza, visibile ed innegabile, che il presente sfugge ad una lettura coerente, alla pausa di una riflessione che sappia compiere un’analisi puntuale della realtà che viviamo. I fatti corrono sotto i nostri occhi, sfrecciano veloci davanti alla nostra comprensione, non ci resta che vederli senza il tempo di interpretarli. L’attenzione si proietta allora al futuro, all’immagine che verrà dopo quella che stiamo vedendo ora, alla notizia che seguirà, allo spot che sarà messo in onda tra un attimo, al programma successivo. Il futuro diventa l’ossessione del nostro tempo, l’ambizione da rincorrere senza uno scopo condiviso, senza una narrazione coerente e comprensibile dell’esistenza umana, senza una continuità con la storia. Il futuro diventa uno spettro da inseguire privi di ogni centro di riferimento, spaesati in un mondo di caleidoscopiche rappresentazioni: rapide, labili, provvisorie.

Per capire il nostro presente ed affacciarci ai tempi che verranno, Postman propone di guardare indietro, di rivolgerci al passato per trovare lì, nel patrimonio dei fatti accaduti, nell’eredità di idee affermate e conosciute, una mentalità che sappia guidarci nella costruzione dei nostri tempi e nella realizzazione di narrazioni coerenti con le nostre esigenze.
Il più recente libro di Postman si intitola Building a Bridge to the 18th Century: How the Past can Improve Our Future; l’idea è quella di ripensare al secolo dell’Illuminismo, all’epoca che ha affermato i valori che sono alla base della nostra società, tornare con la mente ai tempi che hanno visto nascere e svilupparsi le libertà di pensiero, di parola, di espressione, di religione, andare a guardare come queste idee hanno incontrato il terreno concreto della realizzazione e vedere come la ragione, l’osservazione, il pensiero analitico fossero gli strumenti di queste realizzazioni, come la parola fosse lo strumento dell’espressione circostanziata e ragionata, come il confronto delle idee fosse il presupposto necessario all’emancipazione della conoscenza umana.

La storia come discorso da proseguire, come esperienza da conoscere e da assumere nell’analisi del presente e nella progettazione del futuro; il linguaggio come mezzo di una comunicazione razionale e consequenziale, come espressione di un pensiero meditato che si confronta criticamente con la realtà. Ecco le idee che guidano gli studi di Neil Postman nella loro duplice direzione. Da una parte l’importanza essenziale della scuola nella ferma convinzione che, con le parole di Rousseau, la cura e l’edificazione dei bambini debbano essere considerate come un investimento nel nostro futuro collettivo. Dall’altra il ruolo della tecnologia che va inquadrata nella sua dimensione ecologica, nella sua capacità di cambiare radicalmente l’ambiente in cui nasce e di creare nuove regole, nuovi simboli.
In questo cambiamento, suggerisce Postman, è essenziale gaurdare al passato per recuperare il pensiero, per non lasciare che il discorso pubblico dimentichi le argomentazioni ed il ragionamento annegando nella superflua rapidità dei sound bytes, delle battute ad effetto che mirano alla persuasione emotiva piuttosto che alla chiarificazione e all’espressione razionale delle opinioni. Recuperare l’atteggiamento critico nei confronti della realtà, la competenza nell’uso della parola e del raziocinio quali veicoli delle idee, appaiono allora come gli strumenti necessari per non fare la fine di Margutte: per non morire dal ridere.

Libri di neil Postman tradotti in italiano:

N. Postman e S. Powers, Come guardare il telegiornale, Armando, Roma, 1999.
N. Postman, La fine dell'educazione. Ridefinire il valore della scuola, Armando, Roma, 1997.
N. Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.
N. Postman, La scomparsa dell'infanzia. Ecologia delle età della vita, Armando, Roma, 1991.
N. Postman, Ecologie dei media, Armando, Roma, 1991.
N. Postman, Provocazioni, obiezioni di coscienza in tema di linguaggio, tecnologia, educazione, Armando, Roma, 1989.
N. Postman e C. Weingartner, L'insegnamento come attività sovversiva, La Nuova Italia, Firenze, 1975.