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237 - 04.10.03


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La Svezia e l’allargamento a Nord

Daniele Castellani Perelli


Il fallimento del referendum svedese sull’adesione all’euro non è né una tragedia né una sorpresa. Certo, quel 56,2% di “no” è un dato rilevante, ma meno di dieci anni fa la ben più importante adesione all’Unione era stata approvata dalla Svezia con appena il 52% dei voti.

Ma perché gli svedesi non hanno voluto abbandonare la “corona”? Il ministro delle Finanze di Stoccolma Bosse Ringholm e il premier finlandese Matti Vanhanen hanno dato la colpa al mancato rispetto del Patto di stabilità da parte di Germania e Francia. Il problema certo esiste, e rischia di minare la credibilità dell’euro soprattutto agli occhi dei paesi “virtuosi”. Tuttavia sembra una motivazione troppo tecnica per spiegare un voto popolare che ha visto una così alta affluenza alle urne, ben l’81,2%: come ha affermato il commissario europeo agli Affari monetari ed economici Pedro Solbes “sarebbe come dire che non si compra una macchina perché alcuni non sono capaci di rispettare le regole del codice della strada”.

La vittoria del “no” va piuttosto addebitata ad un ragionamento in cui si sono mescolati benessere e nazionalismo. Gli svedesi hanno creduto di perdere la propria indipendenza in materia economica, ovvero il proprio generoso sistema di protezione sociale. I notevoli aumenti dei prezzi che, non appena è entrato in circolazione l’euro, hanno colpito i paesi dell’Unione, hanno certamente contribuito a spaventare gli svedesi, che temono di non poter mantenere il proprio rispettabile tasso di crescita in una unione monetaria che vede le maggiori economie continentali in fase di depressione. Come i britannici, gli svedesi sono gelosi della propria indipendenza in materia di politica fiscale, ed è per questo che contadini e pensionati hanno votato contro le indicazioni dell’establishment, degli industriali e dei principali partiti (solo 5 membri del governo socialdemocratico si erano espressi per il “no”).

“Ha vinto la paura”, ha commentato a caldo Romano Prodi, mentre il premier svedese Goran Persson ha definito il no all'euro “una tragedia per la Svezia”: “In questo risultato possiamo vedere un profondo scetticismo verso l’intero progetto dell’euro tra la gente svedese – ha aggiunto il premier che tanto aveva puntato su questo appuntamento – E’ stata una chiara espressione del volere popolare”. Il ministro della cultura, Ulrika Messing, ha detto che “la paura del nuovo è stata maggiore di quello che ci si attendeva”.

Non c’è stato alcun “effetto Lindh”, ovvero il voto non è stato influenzato dall’omicidio di Anna Lindh, il ministro degli Esteri che tanto si era battuta per la vittoria del sì e che l’europeista Joschka Fischer ha definito “una grande europea, un grande ministro degli esteri ed anche un’ottima amica”. Non è successo insomma come nel maggio 2002, quando nella vicina Olanda l’emozione per l’omicidio di Pym Fortuyn portò, pochi giorni dopo, al trionfo elettorale della lista che portava il suo nome. Gli svedesi hanno evidentemente votato con convinzione (anche se un milione di elettori aveva già votato per posta, prima dell’omicidio), e questo rafforza il significato del risultato.

Tuttavia non c’è da fare drammi, perché “la Svezia – come ha scritto The Economist – non potrà rimanere fuori per sempre”. A differenza di Gran Bretagna e Danimarca, infatti, non chiese la possibilità, al momento della firma del Trattato di Maastricht, di non adottare l’euro, e prima o poi dovrà accettarlo. La Svezia, neutrale nelle ultime due guerre mondiali e oggi ancora fuori dalla Nato, ha scelto di rimandare l’addio alla propria moneta.

La cattiva notizia non è qui. La cattiva notizia è che, mentre si parla tanto di allargamento ad est (che invece procede bene, almeno a leggere i risultati dei referendum sull’adesione, l’ultimo dei quali si è svolto in Estonia lo stesso 14 settembre), pare che oggi ci si debba cominciare a preoccupare seriamente della scarsa popolarità che l’euro e l’Ue riscontrano nel Nord del continente. Norvegia e Islanda sono del tutto fuori, l’Irlanda non brilla per euro-entusiasmo (come dimostrò l’iniziale bocciatura del Trattato di Nizza), Svezia Danimarca e Gran Bretagna confermano di non volere partecipare all’avventura dell’euro.

La preoccupazione (o la speranza, a seconda dei punti di vista) è che questo risultato faccia ritardare ancora di più il referendum con cui Danimarca e Gran Bretagna decideranno se aderire o meno all’euro. Nella Danimarca di Rasmussen è passato ancora troppo poco tempo dal fallimento del referendum del settembre 2000. Nel Regno Unito l’attuale impopolarità di Blair rende oggi un’eventuale consultazione ancora più improbabile, anche se il ministro degli esteri Jack Straw ha assicurato che il voto svedese non condizionerà le scelte del suo governo. Intanto gli euro-scettici esultano.

Il Daily Telegraph ha commentato soddisfatto e maligno: “Nelle rare occasioni in cui alla gente comune dell’Unione Europea viene data l’opportunità di votare su qualcosa che abbia a che fare con essa, i cittadini sembrano godere nel rimproverare Bruxelles e nel dare brucianti schiaffi in faccia ai loro establishment politici”. The Economist ha preso spunto dal voto svedese per attaccare di nuovo la bozza Giscard: “Non ci sono premi per chi indovina cosa pensino gli svedesi della bozza di Costituzione così come è oggi”. E lo stesso Daily Telegraph non si è fatto sfuggire l’occasione: “La contrarietà svedese potrebbe essere solo un assaggio del prossimo round di referendum sulla nuova Costituzione europea”.

Mentre si chiude lentamente il fronte orientale, l’Unione Europea scopre un preoccupante fronte di contestazione a settentrione. Il voto svedese sembra quasi richiamare l’attenzione sulla necessità di una nuova “campagna”, quella dell’allargamento a Nord.


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