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237 - 04.10.03


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“Ma non chiamiamola superpotenza”

Luigi Bonanate con Mauro Buonocore


“Ormai l’impresa è fatta”dice Luigi Bonanate, presidente del Corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Torino ed esperto di relazioni internazionali. Sciolta la Convenzione e in attesa della Conferenza Intergovernativa, abbiamo sotto gli occhi il testo provvisorio della Costituzione dell’Unione europea. “Un testo che ha molti aspetti innovativi e per certi versi sorprendenti. Ora si tratta di lavorarci ancora su senza inciampare nel rischio di rovinarne le parti migliori e più originali”.

Finita la Convenzione il dibattito sulla costituzione si è animato tra parole di soddisfazione, richieste di ampie correzioni e voci di sconsolata delusione. Professor Bonanate, che sta succedendo?

Sta succedendo quello che secondo me era prevedibile, cioè un movimento di riassestamento post tellurico. Quando lo scorso luglio la Convenzione ha terminato il lavoro per cui è nata, nessuno si aspettava che venisse emanato un testo così articolato e complessivo. La Conferenza di Nizza del dicembre 2000 si concluse con l’idea di promuovere delle istanze di dibattito e di discussione a tutti i livelli della società civile europea, non si parlò di pubblicare il testo di una costituzione, ma di ragionarci su. La Convenzione diretta da Giscard d’Estaing invece ha marciato con molta maggiore intensità di quanto fosse inteso dal mandato, e questo ha immediatamente dato un sapore politico più che giuridico all’impresa.

Cosa intende esattamente quando parla di “sapore politico”?

Voglio dire che il progetto di costituzione è finito nelle mani di grandi uomini politici anziché di giuristi e non ha seguito l’idea di un dibattito pubblico della società civile. I membri della Convenzione sono stati scelti tra personalità politiche che hanno portato all’interno del progetto istanze politiche ideologiche prima che culturali.

La conseguenza qual è stata?

Innanzitutto di aver prodotto un risultato più solido e compatto rispetto alle attese iniziali, infatti è scaturito un testo molto ricco e articolato. Ovviamente, e qui emerge il lato politico, sui punti più delicati non si poteva far altro che far finta di niente, saltando e rimandando lo scioglimento dei nodi più complessi.

Ci faccia un esempio di questa complessità rimandata.

Il nodo fra tutti più complesso è quello che chiama in causa la questione dell’unanimità o meno nei processi decisionali. E’ un punto complicato perché ne nasconde molti altri, primo fra tutti il peso della rappresentatività degli stati. Tutti problemi che vengono ora alla ribalta dell’opinione pubblica e che a me sembrano mascherati con la questione delle radici culturali. In realtà il dibattito sui valori mi pare un’operazione puramente ideologica, nel senso più deteriore del termine. Mi sembra un mascheramento di altri problemi. Dalla seconda metà del Settecento fino ad oggi, nessuna delle costituzioni che conosciamo è mai inciampata sul problema delle radici cristiane, giudaiche o islamiche di una comunità. Questo mi sembra davvero l’aspetto più sgradevole delle discussioni intorno alla costituzione europea.

Quando parlo di assestamento post tellurico, mi riferisco al fatto che il testo della Convenzione chiama in causa questioni complesse e molto importanti per il futuro dell’Unione sulle quali non esiste una soluzione compiuta. L’intervento di Romano Prodi, ad esempio, che ha affermato la necessità di fare ampie modifiche alla Costituzione prima che venga definitivamente approvata, ha riportato in primo piano la questione della rappresentatività degli stati e dell’unanimità o meno del voto. La Convenzione ha fatto finta di niente su questi temi rinviando ad altri la decisione. Ma se affidiamo alla Conferenza intergovernativa la risposta ai problemi rimasti insoluti si rischia una soluzione esclusivamente politica e non fondata in termini di diritto costituzionale o di logica strutturale di un testo complesso.

Non dovrebbe essere allora la Conferenza intergovernativa, che è un organismo puramente politico, a formulare la versione definitiva della Costituzione?

La mia posizione è leggermente più complessa. Il testo così com’è non è affatto male, contiene alcuni aspetti che rappresentano un’effettiva crescita della civiltà giuridica europea. Esiste però il rischio di rovinarne i tratti positivi. Questo è il rischio della politica: quando si presenta in un parlamento un progetto di legge si sviluppa un dibattito dal quale possono venir fuori dei compromessi, piccoli scivolamenti che non sempre migliorano la proposta iniziale; a volte capita anche che un disegno di legge esca da un dibattito parlamentare in una versione peggiore di quando è stato presentato.

Le faccio un esempio attingendo alla disciplina a me più consona, la politica internazionale. A mio parere la costituzione così come è ora rappresenta un testo straordinariamente avanzato. Se leggiamo le parole e gli articoli che riguardano la posizione e l’atteggiamento dell’Unione rispetto al resto del mondo, si propone esclusivamente - e positivamente - l’ottica di una forza civile e non militare, che non conta sulla muscolarità dell’apparato bellico, che non avanza il modello di un’Europa che si presenta agli occhi del mondo come una potenza, nel senso tradizionale della parola, ma di un soggetto che si offre come struttura di mediazione e dibattito nelle grandi questioni internazionali.

La logica, quindi, non è quella di contrapporsi a una grande potenza, come ad esempio gli Stati Uniti, per bilanciarne la capacità di intervento militare. L’idea che è alla base della Costituzione è il rifiuto della logica della potenza fondata sulle armi e sulla forza a favore della creazione di un soggetto che non ha precedenti nella storia e che non si propone di diventare una grande potenza. Nessuna costituzione al mondo propone oggi uno stato come pure essenza pacifica e pacificatrice. Questo è un aspetto estremamente positivo.

Affidare a uno strumento politico il compito di ritoccare e correggere il lavoro della Convenzione potrebbe allora rivelarsi un errore, una scelta che potrebbe peggiorare quello che invece si vuole migliorare.

Lenin vedeva nella situazione politica che lo ha visto protagonista il pericolo di fare un passo avanti e due indietro, intendendo che a voler andare troppo in avanti si rischia di ricadere all’indietro. La mia ipotesi sull’Unione europea, parafrasando Lenin, è che faccia due passi avanti e uno indietro. Cioè l’Ue riesce a volte ad andare più avanti di quanto i suoi stessi artefici riescano a immaginare. La Costituzione, come gli accordi di Maastricht, è stato un grandissimo passo avanti; adesso ne stiamo facendo uno indietro. A saltare tropo lontano si rischia di non avere gambe abbastanza forti per reggere all’impatto dell’atterraggio. Non mi spaventa affatto che il dibattito sulla costituzione sia caratterizzato da scosse e difficoltà perché è altamente improbabile che si possa, e si voglia, rovinare tutto quanto vi è scritto di buono e di innovativo. Può esserci qualche arretramento, qualche alleggerimento dei punti più suggestivi e più significativi, ma ormai l’impresa è fatta.

E per quanto riguarda invece i tempi dell’approvazione definitiva?
Crede che l’Unione avrà una sua costituzione nel maggio del 2004, data in cui è prevista la firma del Trattato di Roma?

Da una parte è chiaro che il nostro governo farà di tutto per mettersi al petto la medaglia del Trattato di Roma. Per quanto mi riguarda non mi pare una cosa molto rilevante, non credo che si passi alla storia per aver ospitato la firma di un trattato. Al di là di questo però, credo che saranno rispettati i tempi stabiliti, anche perché non bisogna dimenticare che il primo maggio del 2004 entreranno a pieno titolo nell’Unione dieci nuovi Stati membri. Dare in mano in quella data a tutti e venticinque gli stati una costituzione, questo sì sarebbe un fatto molto significativo.

Ecco, l’ampliamento dell’Unione. C’è chi critica la decisione di far partecipare alla Conferenza intergovernativa anche gli stati che entreranno a pieno titolo nell’Unione solo il prossimo maggio.

Questo è un punto di tecnica costituzionalistica sul quale è oggettivamente difficile avere posizioni definitive. Ci sono motivi per essere a favore e motivi per essere contrari. Dare una rappresentanza a tutti i venticinque membri sembra la condizione minima di un atteggiamento democratico. D’altra parte, però, bisogna chiederci se sia importante e giusto che un paese di piccole dimensioni, come ad esempio Malta, abbia un voto che conta quanto quello di uno stato più grande, come ad esempio la Francia. Non si tratta della mancanza di rispetto verso uno paese di piccole dimensioni, ma è la presa d’atto di una circostanza generale. E’ poi vero che all’interno dell’Unione il voto del Lussemburgo ha sempre contato quanto il voto degli altri. Non penso però che questi siano problemi insolubili, le soluzioni si trovano, l’ingegneria costituzionale è piena di capacità e di possibilità. Il problema è politico: seguire una via o percorrere l’altra?

La situazione politica internazionale ha dato, nel dibattito europeo, molta importanza al tema dell’esercito. Quali sono le posizioni espresse dalla Convenzione?

Abbiamo già accennato a come il principio ispiratore della politica internazionale dell’Ue sia quello di non costituire una potenza militare. La creazione di un esercito comune è quindi un argomento che va letto e interpretato in chiave difensiva. In altri termini, stando ai principi sanciti dalla Costituzione, l’Ue non dovrebbe mai poter partecipare a un’impresa militare come quella realizzata in Iraq. E’ ovvio però che la realizzazione di un esercito comune, per quanto difensivo, richiede una decisione unitaria. Non sarebbe quindi più possibile una spaccatura come quella generata dall’intervento militare in Iraq tra le posizioni di Gran Bretagna Spagna e Italia da una parte, e gli altri membri che erano contrari. Adottare una Costituzione come quella espressa dal lavoro della Convenzione vuol dire rassegnarsi a trovare un accordo su questi punti.

Una visione unitaria sul tema della difesa si trova creando una carica rappresentativa per tutti, oppure cercando di volta in volta l’accordo tra gli stati membri?

Intanto sarà definito in maniera più netta e chiara il ruolo e la funzione di un vero e proprio Ministro degli esteri dell’Unione Europea, dal quale dipenderanno tutte le tematiche legate alla difesa seguendo l’ispirazione di una forza civile e non militare.
Molte delle questioni legate alla nomina e ai compiti del Ministro degli esteri dell’Unione non sono ancora risolte, ma sono temi che fanno parte dei problemi che si affronteranno e ai quali si cercherà una soluzione con le discussioni e i dibattiti parlamentari. Non dobbiamo dimenticare che l’Unione sarà molto simile, dal punto di vista delle dinamiche politiche, a un Paese: quante volte all’interno di un paese si litiga per la politica, quante tensioni viviamo tra maggioranza e opposizione. Non è questo che ci deve scandalizzare, si discuterà, si litigherà. La politica si muove tutti i giorni, non si ferma con l’approvazione di una Costituzione.


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