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236 - 20.09.03


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A Venezia vince il cinema europeo

Paola Casella


Malgrado la presenza di ben cinque film italiani in gara (tre nel concorso principale, due nella sezione "minore" Controcorrente) ad un festival che ha sede in Italia, e malgrado le polemiche di Rai Cinema, che ha minacciato l'amministratore delegato della Biennale di non mandare più film Rai al Lido dopo che Buongiorno, notte di Marco Bellocchio non ha portato a casa l'ambito (e annunciato) Leone d'oro, l'edizione della Mostra del cinema di Venezia che si è appena conclusa non è stata affatto provinciale.

I film che hanno partecipato alle due sezioni del concorso hanno rappresentato, quasi sempre degnamente, le numerose culture di provenienza, da paesi asiatici e mediorientali (molti), africani (pochi), nordamericani (pochissimi, risultato di una selezione che tiene Hollywood fuori dalla porta) e soprattutto europei. Francia e Italia, rispettivamente con quattro e cinque film in concorso, possono essere sembrati sovrarappresentati, al loro fianco abbiamo trovato ottimi film tedeschi, inglesi, russi, lettoni (!), polacchi, danesi, spagnoli, portoghesi. Una novità, rispetto a un passato in cui almeno Asia e America erano assai più presenti.

Merito, forse, del background variegato, ma interamente europeo, del direttore della Mostra, Moritz De Hadeln, nato in Inghilterra da padre olandese e madre rumena, educato in Francia, cittadino svizzero, ex direttore dei Festival di Locarno e Berlino (Piero Chiambretti, durante la serata conclusiva del Festival, ha tratto notevoli spunti comici dall'incerta identità nazionale del personaggio). Fra i film in concorso nella sezione principale, c'erano gli italiani Buongiorno, notte, Segreti di stato di Paolo Benvenuti e Il miracolo di Edoardo Winspeare; i francesi Les sentiments, Twentynine palms e Raja, il serbo Loving glances, il polacco Pornografia, il portoghese Um film falado di Manoel de Oliveira, il tedesco Rosenstrasse di Margarethe Von Trotta, e il russo The return. A questi si aggiungono i due film dei registi inglesi Christopher Hampton e Michael Winterbottom, Imagining Argentina e Code 46, girati però in America con cast multietnici. Tredici film su venti, cioè più del 50% dei partecipanti in gara nella sezione principale: un record assoluto nella storia del Festival.

La metà esatta del totale (nove su diciotto) invece i film europei nella sezione Controcorrente: ai due italiani Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco e Liberi di Gianluca Maria Tavarelli si sono aggiunti il danese De Fem Benspæden di Joegen Leth e Lars Von Trier, il francese Une place parmi les vivants (anche se il regista è l'esiliato cileno Raul Ruiz), il lettone Pitons, il tedesco Schultze gets the blues, lo spagnolo La quimera de los heroes, il cipriota Camur, il curdo-armeno-russo Vodka lemon.

Ciò che è ancora più interessante, al di là della presenza numerica, è la tipologia degli argomenti trattati: molte le riflessioni sulla propria storia nazionale, come le rivisitazioni dell'omicidio Moro di Buongiorno, notte e della strage di Portella della Ginestra di Segreti di stato, ma anche l'Olocausto in Rosenstrasse o la mancanza di leader in The return, dove la storia di un padre che torna dai figli dopo una lunga assenza fa da metafora della situazione russa post Gorbacev, o le conseguenze del conflitto turco-cipriota in Camur, o la drammatica situazione dei profughi curdi in Armenia in Vodka lemon.

Molte le storie profondamente radicate nella specificità del proprio territorio: la Puglia de Il miracolo come la provincia tedesca di Schultze gets the blues, la Sicilia atavica di Ciprì e Maresco come la Lettonia rurale di Pitons. Ognuno dei cineasti europei in concorso a Venezia, ad eccezione dei due inglesi e del portoghese di Manoel de Oliveira, ormai da tempo altrettanto francese che portoghese, ha rivendicato chiaramente la propria identità nazionale e il proprio patrimonio etnico: questa, sembrerebbe, la via artistica a una globalizzazione non alienante.

Di più: il film russo, The return, citava esplicitamente il Cristo morto del Mantegna e Twentynine Palms del francese Bruno Dumont rimandava per atmosfere e scenario a Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni; le scene più intense di Buongiorno, notte erano accompagnate dalla musica dei Pink Floyd e Une place parmi les vivants riproduceva (fra gli altri) il cinema espressionista tedesco; il regista cipriota Dervis Zaim dichiarava di essersi ispirato, per il suo Camur, al neorealismo italiano e Les sentiments riecheggiava chiaramente La signora della porta accanto di Truffaut. Aggiungiamo che il film fuori concorso di Bertolucci, The dreamers, è un santino alla Nouvelle Vague francese, e diventa evidente che ciascun cineasta europeo rivendica per sè un patrimonio culturale condiviso al quale attingere liberamente in sede creativa.

I premi accordati dal Festival hanno più che rispettato le premesse: nella sezione principale, Leone d'oro e Miglior opera prima allo straordinario film russo The return, Coppa Volpi come miglior attrice a Katja Riemann, star del teatro tedesco, per Rosenstrasse, premio alla sceneggiatura per Buongiorno, notte, premio Mastroianni alla miglior attrice esordiente per Nayat Bessalem per Raja (è vero, l'attrice è marocchina, ma il film è quintessenzialmente francese). Nella sezione Controcorrente, Miglior film al curdo Vodka lemon, Premio speciale della giuria al teutonico Schulze gets the blues, menzione speciale allo spagnolo La quinera de los heroes.

Un commento per tutti? Quello di De Hadeln, fierissimo della propria selezione, ma anche, si direbbe, delle proprie origini: "Si sta creando un'unità geografica europea oltre le barriere linguistiche, e in questa unità il nostro passato comune diventa cemento e fonte di vitalità".


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