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236 - 20.09.03


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Cinema e new media fra cultura e mercato

Pierpaolo Saporito


Quello che segue è il testo dell'intervento di Pierpaolo Saporito, Presidente dell'Osservatorio per la Comunicazione Culturale e Audiovisiva nel Mediterraneo e nel Mondo (OCCAM) e del Comitato italiano CICT-UNESCO, alla IX Conferenza Euromediterranea sul Cinema che si è tenuta a Venezia il 5 settembre, in occasione della 60ma Mostra d'Arte Cinematografica

Il cinema è nato dalla rivoluzione industriale nel 1895, al culmine dell'utopia positivista, che considerava la tecnologia come il miglior strumento per il progresso umano, e realizzò in quel fin de siecle le aspirazioni millenarie dell'uomo a volare, comunicare a distanza, svelare l'atomo e l'inconscio, disporre dell'energia ovunque. Sappiamo poi come il Novecento abbia utilizzato queste scoperte, non sempre positivamente ma anche per guerre mondiali, dittature, sterminii.

Ora siamo di fronte allo stesso snodo, con una nuova utopia politica, quale quella dell'Europa Unita, nata per scongiurare altri massacri e dare benessere generalizzato, con il riscatto della povertà in ogni paese, nello spirito della tutela dei diritti umani.

Il cinema, figlio consustanziale della tecnologia, dispone ora di armi ancor più potenti: può diffondersi ovunque istantaneamente, essere non solo fruito ma anche realizzato estesamente, coinvolgere l'intera comunità planetaria. E' sempre il cinema, anche nelle declinazioni televisive, audiovisive, multimediali, che utilizzando sempre nuove tecnologie si espande e potenzia per creare messaggi, sogni, storie, speranze ed emozioni, doppio virtuale della nostra società, sin da costituire il perno dell'opera di fondazione dell'identità culturale.

La "Vecchia Europa" si trova di fronte a un processo di palingenesi, per scoprire un'identità profonda che unifichi le mille sorgenti che l'hanno vivificata (e tormentata anche), per dare alle nuove generazioni la propria identità culturale e sociale di cittadini europei, parte di un'unica, intregrata e forte comunità.

Dopo le frontiere aperte, la moneta unica, il linguaggio unificale di Internet, fattori tutti che portano ad avvicinare le genti, ora la sfida si sposta sul campo culturale: valorizzare le molteplici tradizioni dei popoli del continente o convergenti su esso per costituire un patrimonio di riferimento per tutti, senza il quale l'Europa rimarrebbe un'entità astratta, priva di un'anima condivisa dai suoi abitanti.

L'attrativa che questa nuova colossale realtà poltica sta avendo a livello planetario e ancor più a livello regionale non deve portare a ulteriori squilibri, ma arricchirne le varie e vitali componenti: una delle maggiori è senz'altro quella mediterranea che contiene in sé tutte le matrici della nostra civiltà contemporanea e le sue contraddizioni e conflitti. L'avere tralasciato questo aspetto nell'architettura europea sta causando seri handicap, sia perché ormai le genti del Mediterraneo sono già in Europa, ma con status incerto, quindi potenzialmente destabilizzante, sia perché si è vista aumentare la frattura tra le imponenti masse islamiche e quelle cristiane ed ebraiche, causa prima dei focolai di belligeranza, ben attivi e in espansione.

La comunità del cinema vive con disagio questa sofferenza, unita come da sempre in un abbraccio tra genti e mobilitata sulle cause umanitarie, ma si sente impotente perché marginalizzata da disegni soverchianti. Eppure lancia incessanti messaggi con opere di grande spessore, ben condivise dal pubblico, ma non adeguatamente supportate dai sistemi maggiori di distribuzione nelle sale e di diffusione radiotelevisiva, che operano di fatto una censura pericolosa, perché impediscono la conoscenza tra le genti e bloccano lo sviluppo dei processi di integrazione, auspicabili se si vuole realmente la pace.

E' una sfida capitale che va giocata sulla comunicazione, che nelle sue declinazioni, stampa e televisione, si muove ancora in ambiti localistici, mentre il cinema, che parla il linguaggio universale delle emozioni e può superare queste enclaves, ancora non ha trovato una sua dimensione continentale autentica, rimanendo ostaggio dei mille nazionalismi, pur costituendo una comunità professionale molto cosmopolita.

L'Europa è fucina di rivoluzioni, dalla francese al '68, che hanno rifondato i paradigmi tradizionali. La rivoluzione digitale, della quale siamo alla soglia, sarà l'occasione di un altro sommovimento del pensiero? Il cinema saprà cogliere questa apertura di spazi, di opportunità creative, di occasioni economiche, per fare scattare le molle latenti del cambiamento, di cui si avvertono i segnali, se pur ancora informi? Il cinema, liberamente ispirato, con il suo fascino affabulatorio, sarà l'aedo della nuova modernità del sentire europeo, fatto delle più tradizioni e dei più inediti slanci, saprà esprimere quei valori comuni sui quali si costruiscono le nuove identità?

Bastano le enormi risorse che vengono destinate in Europa al cinema per farne lo strumento cardine del nuovo sviluppo, affrancandolo dall'imprinting americano, che con la sua scia performativa induce comportamenti e consumi a noi estranei? E' possibile ritrovare quella carica che, attraverso il neorealismo e la Nouvelle Vague, influenzò grandemente il gusto del pubblico?

Il cinema europeo non riesce a costruire moduli di pervasività allargata, neppure oltre gli interni confini linguistici. Questo settorialismo, che non riesce a trasformarsi in multiculturalismo attingendo alla grande forza della propria matrice euromediterranea, quindi globalizzata nei cinque continenti, è forse il fattore principale alla base dell'attuale impasse. Visioni particolaristiche, sistemi chiusi di interesse, scarsa dinamicità dei nuovi talenti, spirito pesantemente scorporativo che privilegia gli assetti consolidati, bloccano lo sviluppo verso nuove forme espressive e nuovi mercati.

L'innovazione pare bloccata in canoni cristallizzati, i grandi maestri non fecondano le nuove generazioni, l'impatto tecnologico è relegato a mestiere di supporto. Una certa sacralità del cinema viene affermata e supportata da politiche assistenzialiste che non incentivano la ricerca e il rischio, ma creano sostanziale conformismo. Alla luce di queste considerazioni, elaborate nel corso delle otto edizioni precedenti della Conferenza euromediterranea sul cinema, possiamo indicare alcuni possibili nodi evolutivi della politica cinematografica: a livello nazionale, per superare una situazione che sembra rimasta immutata nei decenni, quasi più come istrumentum regni che come momento di libera creatività, dove a fronte di investimenti di oltre l'80% su produzioni autoctone corrisponde spesso un insignifacate export. A livello comunitario, ormai pervaso per oltre l'80% dalla produzione Usa, cui si risponde con politiche che appaiono sempre più involutive e burocratizzate, che non smuovono neppure le circolazioni interne di prodotti tra i vari paesi, non si avverte neppure un vero afflato europeistico.

Sembra di essere su un enorme bastimento fatto di tanti compartimenti stagni governati ciascuno da ottimi comandanti e staff, ma privo di una rotta
comune, quindi sempre ancorato in porto, a macchine accese e gran consumo di carburante. Né si avvertono segnali di rigenerazione, essendo forse questo ritenuto il più perfetto dei modelli possibili. Poco importano gli effetti prodotti: calo di pubblico, grande sbilancio import-export. Il cinema si isterilisce, invece di essere il motore della nuova sensibilità ne canta pateticamente il declino, i nuovi talenti fuggono, alimentando la temibile concorrenza che offre ben altre possibilità, tanto da poter affermare che il cinema americano senza la componente europea sarebbe ben poca cosa.

In questo contesto il cinema rischia di mancare la vera occasione storica che ora si presenta con l'avvento delle nuove tecnologie e delle generazioni di nuovi europei. La storia insegna che lo sviluppo non avviene per contiguità, ma attraverso cesure anche traumatiche con l'esistente. Saprà la generazione pre-digitale ora al potere comprendere e fare fronte? Molta strada è da percorrere, ma averne coscienza e non considerare questi argomenti come un fastidioso monito, magari da rimuovere, è già un passo importante.

Gli strumenti ci sono, come ci sono le risorse sia umane che finanziarie, manca la visione, l'ispirazione, il senso del rischio culturale. Non è con i bandi che si produce creatività, non è con le normative che si creano nuove coscienze, non è con retoriche consunte che si stimolano i nuovi talenti: ma con uno spirito di fiducia nei valori anche semplici dei giovani, dando loro la possibilità di esprimersi, sbagliare magari, ma sperimentare caparbiamente nuove strade.

Si può incidere strutturalmente sulle cause creando innanzitutto un forte mercato interno capace di circa 400 milioni di potenziali spettatori grazie a nuove politiche distributive (...), all'inversione del localismo televisivo che di fronte a un fabbisogno annuo di oltre 300.000 ore non riesce ad avviare alcuna strategia comunitaria, continuando a riempire i palinsesti con paccottiglia di terz'ordine di importazione. Facendo una valutazione globale della domanda audiovisiva europea si vedrà l'opportunità di utilizzare l'enorme spazio a disposizione anche per nuove produzioni intermedie di supporto e per la valorizzazione di immensi archivi esistenti, oltre alla necessità di dare un maggior ruolo alle opere d'autore come fondamenti delle nuove identità culturali europee.

Si favorisca il lancio di premi finanziariamente cospicui, con giurie non controllabili, tali da immettere risorse aperte alla gran massa degli emergenti; si creino spazi di accesso ove attingere agli strumenti, laboratori ove sperimentare cinema partendo anche dalle riprese amatoriali, si attivino nelle scuole di ogni ordine e grado opportunità per garantire a tutti l'espressività audiovisiva, e non solo quella linguistica scritta, si moltiplichino le occasioni di spettacolo a livello anche di quartiere o di paese per far circolare la comunicazione comunitaria, si favoriscano accessi al narrowcasting, si incentivi il webcasting, si promuovano nuovi linguaggi anche broadcasting, ormai talmente convenzionali da far perdere costantemente audience; si agevolino le distribuzioni diffuse anche nel campo dell'home video, a prezzi contenuti, per aumentare le libera circolazione di opere e combattere la pirateria. Si mobilitino le forze culturali nell'idea della nuova Europa, di questa amplissima area non solo di libero scambio ma anche di libera e feconda creatività collettiva.

Solo così la forza della storia potrà affermarsi in nuove espressività e contribuire a dare impulso alla nuova realtà europea, magnete di nuove espressioni anche di categorie culturali ispirate a diritti umani rivoluzionari, di popoli storicamente in lotta, ora uniti in un'ideale comunità, tutta da costruire, con un immenso territorio ancora da scoprire, con mille storie affascinanti da raccontare attraverso musiche, immagini, poemi, opere d'arte, da condividere e appassionatamente cogliere come basi della futura leggenda europea, come rinnovata e condivisa matrice della civiltà della pace tra i popoli.

Il link:

OCCAM
www.occam.org
Da questo sito sono tratte le immagini che illustrano questo intervento.


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