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235 - 06.09.03


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Noi e la televisione, un legame indissolubile

Chiara Rizzo

In passato, il contatto fra i membri di una comunità avveniva in un ambiente fisico condiviso. Oggi non è più così. La diffusione delle tecnologie della comunicazione ha modificato la geografia sociale, creando un contesto comune non più tangibile, una piazza immaginaria nella quale l’aggregazione passa attraverso la risposta emotiva. La televisione è stata il tramite fondamentale di questa rivoluzione. Attualmente, sette case su dieci dell’intero pianeta sono dotate di almeno un apparecchio televisivo, e lo squilibrio tra sacche di arretratezza e regioni mediaticamente più sviluppate non è più così netto: l’America del Nord e l’Europa occidentale hanno solo il trenta per cento dell’utenza globale, e in paesi come la Cina, l’India o l’Europa dell’Est, si sono verificati dei veri e propri boom del settore, con incrementi fino al 1500 per cento.

La tv ha spalancato davanti ai nostri occhi una finestra planetaria, ha aumentato la presenza e violato i limiti dell’ubiquità.. Forse ha omologato e uniformato al più basso livello l’immaginario collettivo ma, rendendoci più simili l’uno all’altro, sicuramente ci ha aiutati a convivere. Essa è un medium generalista per natura: rivolgersi a un universo di individui mettendoli in relazione tra loro fa parte del suo Dna. Ma questa sua funzione di collante si è significativamente evoluta nel tempo: nuove e diverse forme di partecipazione sono andate ad aggiungersi ai vecchi tipi di identità, integrandoli senza cancellarli.

All’inizio, la dimensione prevalente del tubo catodico è stata quella nazionale, sia per ragioni tecniche (le onde hertziane viaggiano in linea retta e sono quindi vincolate alla conformazione del territorio) che politico-strutturali (il sistema televisivo ha avuto evoluzioni diverse a seconda dei vari paesi e delle varie culture in cui si è inserito). Questo medium ha alfabetizzato intere nazioni, ha creato la consuetudine a una lingua comune e svolto un’importante funzione di rottura, aumentando la consapevolezza dell’altro da sé e stimolando il confronto.

Le trasmissioni e i personaggi, d’intrattenimento e non, affermatisi in quella prima fase, hanno avuto successo proprio facendo leva sul senso di appartenenza nazional-popolare. In Italia, per esempio, programmi come Carosello, eventi come Sanremo, protagonisti come il maestro Manzi o i Tognazzi e Vianello di Un, due e tre, non avrebbero mai potuto prescindere dal sostrato simbolico e culturale specifico del nostro paese. E la stessa contemporanea diffusione dell’American Dream attraverso format come Lascia o Raddoppia? (The $64,000 Question) o Il Musichiere (Name That Tune), peraltro nazionalizzati dalla presenza di figure tipicamente italiane come Mario Riva o normali e rassicuranti come Mike Buongiorno, va vista essenzialmente come spinta al miglioramento della “propria” realtà, che si auspicava potesse eguagliare il modello statunitense, fatto di società aperta, felicità privata e benessere economico.

Più tardi, con il dilagare dell’iniziativa privata votata all’intrattenimento e finanziata dalla pubblicità, e l’introduzione della logica dell’audience, a cui anche il servizio pubblico si è dovuto adeguare per non soccombere alla concorrenza, le cose sono un po’ cambiate. Innanzitutto, una volta “esaurita” la funzione pedagogica di creazione dell’identità nazionale, il sistema televisivo italiano si è aperto al mondo e all’altra significativa peculiarità di questo mezzo, che è quella di rendere accessibili, e quindi prossimi, anche gli eventi più straordinari e lontani: l’atterraggio dell’uomo sulla Luna, i funerali di Lady Diana, ma anche le guerre, o le esecuzioni di condannati a morte all’altro capo del mondo. Si trattava, però, sempre di una collettività mediatica eterogenea.

Solo progressivamente, con l’inarrestabile avanzata della componente commerciale, i palinsesti hanno iniziato a riflettere delle scelte di marketing. E chi dice marketing, dice target. “Target”, in inglese, significa “bersaglio”, e chiunque abbia una certa dimestichezza con le armi, sa che per centrare un obiettivo bisogna prima inquadrarlo esattamente nel mirino. Questo, nel nostro caso, vuol dire che più il pubblico a cui ci rivolgiamo è circoscritto e omogeneo per gusti, formazione e attitudini, più sarà facile fidelizzarlo e legarlo a noi. Sempre rimanendo in Italia, ci ha provato Mediaset, differenziando le programmazioni delle sue tre reti, rivolgendo prevalentemente Canale 5 a un pubblico più composito, Retequattro alle casalinghe e Italia 1 ai giovani.

Ma il vero e proprio salto qualitativo si è avuto con lo sviluppo tecnologico del cavo e del satellite che, attraverso la moltiplicazione dell’offerta tematica, hanno segmentato il villaggio televisivo globale in un arcipelago di comunità d’interessi, alla costante ricerca della rassicurante sensazione di far parte di un branco. È un po’ una forma attenuata di religione, e questo spiega il recente successo dei canali sportivi e musicali diffusi in tutto il mondo. Uno stadio di tifosi urlanti o di ragazzi che inneggiano a una star è come una chiesa: un gruppo in cui si genera un’emozione che trascende i singoli individui, infondendo energia in tutti i partecipanti. E i canali che cercano di riprodurre quel sentimento dovranno puntare a ricreare l’evento: non è un semplice problema di contenuti, ma anche una questione di stile, di organizzazione, di ritmo. Prendete il caso di Mtv: i veejay parlano lingue diverse, la selezione dei video varia a seconda delle classifiche discografiche nazionali, ma il look e il modo di condurre sono inconfondibili.

Chiunque, facendo zapping, riconoscerebbe la marca globale dell’emittente. Lo stesso vale per Espn e altri canali sportivi, agevolati dal fatto che ogni disciplina ha dinamiche e tempi specifici che facilmente possono porsi come “segno distintivo”. E la regola non funziona solo nel settore dell’intrattenimento. Anche le reti d’informazione hanno saputo crearsi una propria peculiarità: la Cnn ha fatto dell’aggiornamento in tempo reale e delle immagini trasmesse in diretta un punto di forza che ha dimostrato tutto il suo potenziale in occasione dell’attentato alle Torri Gemelle e dei conflitti più recenti. Per non parlare dei canali per ragazzi, il cui target è ben delimitato non solo dall’interesse per un certo tipo di programmi, ma anche dalla fascia generazionale che di tale interesse è il primo e più importante vettore.

Nella segmentazione del pubblico, molti studiosi hanno riscontrato un segno della crisi del mezzo televisivo che, seguendo e agevolando la diversificazione dell’audience, avrebbe rinunciato al proprio status di istituzione autorevole e ampiamente legittimata, ritornando fra i ranghi. Un medium fra gli altri, una goccia nell’oceano. L’immagine televisiva, oggi, è per alcuni una semplice tessera nel mosaico dell’immaginario individuale, in cui realtà e finzione sempre più si confondono. L’esperienza sociale si è ormai definitivamente personalizzata. Grazie alle sue infinite terminazioni tecnologiche (dal mouse al telecomando al joystick), ognuno di noi sarebbe potenzialmente in grado di entrare in contatto con tutto il mondo, ma con la possibilità di staccare la spina in qualsiasi momento, per isolarsi nel suo specifico ambiente materiale e simbolico.

Ma non è detto che la vecchia tv di massa sia ormai con un piede nella fossa. È vero che il suo pubblico mostra segni di stanchezza e disaffezione (non è un caso che in vari paesi, dall’America alla stessa Italia, si sia recentemente verificato un calo di ascolti anche in prima serata). È vero, che pur sotto una maschera di ampia scelta, le reti tradizionali ormai sanno solo clonare se stesse. Ma è anche vero che il broadcasting continuerà a essere uno strumento insostituibile per una fruizione collettiva e istantanea degli eventi, sul piano locale (prendete il recente funerale di Alberto Sordi, o la santificazione di Padre Pio) e su quello internazionale (come nel caso del crollo del World Trade Center o dell’ultimatum di Bush a Saddam).

D’altra parte, sarebbe sbagliato anche cadere nella miopia opposta, e credere che tutto possa rimanere com’è. Nell’ultimo decennio, i soli canali tematici analogici (l’offerta digitale è infatti ancora superiore, potenzialmente quasi illimitata) sono arrivati a essere più di ottanta in Nord America e più di sessanta in Europa e in Asia. E in molti paesi emergenti, la digitalizzazione e la tematizzazione bruciano le tappe con una velocità fino a poco tempo fa inimmaginabile. Ma la permeabilità della televisione alle telecomunicazioni e all’informatica non è sinonimo di annientamento: non esistono bacchette magiche, quando ci si riferisce ai comportamenti sociali.

 

 

 

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