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235 - 06.09.03


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L’Europa promessa: l'allargamento o la riunificazione

Predrag Matvejevic'

Ultimamente ho attraversato la maggior parte dei nuovi Paesi candidati all'adesione all'Unione europea della prima o della seconda fase, e in particolare gli ex Paesi dell'Est. Sin da ora possiamo individuare alcuni punti in comune nelle loro aspettative, nelle loro speranze o nei loro timori. Man mano che il «gran giorno» si avvicina, abbiamo infine smesso di volere la luna e un certo realismo ha sostituito le illusioni. Ci siamo finalmente resi conto che i requisiti preliminari imposti da Bruxelles non hanno nulla di troppo sentimentale e che nessuno è disposto a chiudere un occhio sull'obbligo di rispettare determinate condizioni.

Ad ogni modo, le reazioni decisamente antieuropee sono sempre più deboli o limitate. Si fanno sentire solo in ciò che resta di una certa sinistra che avrebbe ancora conti da saldare col passato, o negli ambienti nazionalisti o ultraconservatori come, ad esempio, la "Lega delle famiglie polacche" o qualche altra organizzazione o partito simile, generalmente minoritari. D'altro canto, nella marea proeuropea, ogni giorno siamo più prudenti; emergono anche alcune apprensioni tutto sommato auspicabili e positive. La volontà di "uscirne a qualunque costo", di liberarsi del passato e del suo fardello, si accompagna a quella di "entrarvi a qualunque costo" e di diventare infine membri di un'Europa unita. Evidentemente, vi è in tale atteggiamento precipitazione, improvvisazione, mancanza di riflessione e molto altro.

Il primo gruppo di candidati senza dubbio porrà meno problemi del secondo, ma abbastanza perché questi ultimi prolunghino la loro attesa molto più del previsto. Le questioni reali dell'altro gruppo saranno definitivamente poste soltanto in base alle esperienze, buone o soprattutto cattive, che avremo maturato con i primi ammessi, cosa che non sarà sicuramente semplice né tantomeno indolore.

Transizioni più lunghe del previsto

Nessuno si aspettava che le transizioni sarebbero state così lunghe, lente ed estenuanti. Nell'euforia seguita alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell'Unione sovietica, tutto sembrava a portata di mano. Le privatizzazioni sono state più o meno scandalose, anche nella Repubblica ceca, in Ungheria o in Polonia, senza parlare della Russia, della Romania, ecc. Malta o Cipro non conoscono questo tipo di problemi, ma coprono comunque uno spazio meno importante. Ad ogni modo, le due isole costituiscono altrettante àncore gettate nel Mediterraneo, e questo gesto potrebbe anche assumere, in futuro, una valenza più che simbolica. L'Europa dimentica o trascura «la culla dell'Europa», il Mediterraneo.

Ci è voluto più tempo del previsto per riprendersi dai regimi del cosiddetto "socialismo reale" - livello di produzione, scambi, sicurezza sociale, pensioni, ecc. Un paese come la Slovenia, che spesso si cita come buon modello di transizione, ha avuto bisogno di più di sette anni per ritornare solo ad essere … la Slovenia del 1990. Gli ingenti aiuti erogati dalla Germania occidentale alla sua sfortunata sorella dell'Est dimostrano perfettamente l'entità dei mezzi necessari per queste trasformazioni strutturali. Il lavoro preparatorio, al momento dell'adesione dei candidati, non sarà stato concluso ovunque e possiamo aspettarci, nei prossimi anni, difficoltà o impedimenti di vario genere, imprevisti e inattesi, con i quali occorre sin da ora fare i conti.

Nuove frontiere

La nuova Unione europea, quella che, entro dieci anni, avrà dieci membri di più, avrà l'obbligo di essere una guardiana severa delle nuove frontiere. Ebbene, mi risulta difficile immaginarlo. Coloro che già in passato hanno vissuto questo problema, che erano abituati alle frontiere stagne o poco permeabili, frontiere che talvolta occorreva attraversare con astuzia o con la forza, difficilmente possono esser visti come nuovi guardiani all'entrata. Rispetto al passato, le frontiere dovranno risultare più accoglienti e facilmente attraversabili. Non so se i responsabili delle decisioni daranno prova di un'attenzione tale da porre tali problemi e risolverli in maniera soddisfacente. In tutti i casi, sarà costoso e probabilmente sgradevole.

Tra l'Unione europea e la Nato

Spesso si stabilisce un nesso tra l'adesione all'Unione europea e la presenza nella NATO, un nesso che non dovrebbe essere indispensabile né, soprattutto, scontato. Occorre veramente passare per il purgatorio di un'alleanza militare che ha perso il suo vero avversario per meritare di essere ammessi all'esame? Pare che ciò sia richiesto senza sapere esattamente da chi. Ammiro le reazioni, purtroppo non abbastanza numerose, che si sono manifestate negli ambienti più culturali che politici di alcuni paesi candidati contro una siffatta esigenza.

Ciò dipende probabilmente dal fatto che l'Unione europea stessa non è pensata in termini di cultura, quanto piuttosto in termini di rapporti economici, statali, persino strategici, il che significa, in ultima istanza, soggiacere alla volontà degli Stati Uniti piuttosto che sostenere realmente un progetto europeo a tutti gli effetti. Vi possiamo intravedere un'ombra della guerra fredda, di alcuni tipi di allineamenti di un'epoca ormai passata. Non so perché questo dovrebbe essere un criterio (inconfessato) per far parte della nuova Unione.

Questioni culturali

Nelle istituzioni europee che hanno predisposto l'adesione di dieci nuovi paesi nell'Unione - e non possiamo trascurare i loro sforzi né alcune loro competenze in materia - le questioni culturali sono state poste raramente, come per acquietare la coscienza. D'altronde, noi viviamo in un'epoca in cui l'intellighenzia europea, dopo gli errori che le sono imputati a torto o a ragione, cerca di evitare impegni troppo diretti o espliciti, mentre quella dell'Europa orientale non si è ancora completamente ripresa da ciò che le è successo. Né l'una né l'altra paiono, al momento, aver voce in capitolo, e non cercano troppo di averne.

Ciò non significa che, al riguardo, non abbiamo idee od opinioni. Ho cercato, durante più di un viaggio nelle regioni dell'Europa orientale, di raccogliere e classificare, sotto forma di alternative, i diversi modi in cui l'Europa è vista dall'"altra Europa": sarebbe auspicabile che l'Europa del futuro fosse meno eurocentrica di quella del passato, più aperta agli altri dell'Europa colonialista, meno egoista dell'Europa delle nazioni, più consapevole di se stessa e meno incline all'americanizzazione; sarebbe utopico aspettarsi che essa divenga, in un lasso di tempo prevedibile, più culturale che commerciale, meno comunitaria che cosmopolita, più comprensiva che arrogante, meno orgogliosa che accogliente, più l'Europa dei cittadini che si tendono la mano, meno l'"Europa delle patrie" che si sono tanto combattute l'un l'altra e, in fin dei conti, più socialista dal volto umano (secondo il senso che alcuni dissidenti dell'ex Europa dell'Est davano in passato al termine) e meno capitalista senza volto. Aggiungo che noi, pochi, che ancora pensiamo ad una qualche forma di socialismo tuttora facciamo paura a molte persone, agli intellettuali nazionali come alle fasce medie della popolazione.

Lo sguardo della Russia

La Russia non è più - e ciò risulta evidente - quello che era fino a ieri l'Unione sovietica, nonostante cerchi sempre di svolgere il ruolo di una grande potenza e riesca, entro certi limiti, ad esserlo. Molte cose dipendono dalla sua evoluzione interna. In base al suo passato, alla sua forza, alle sue prove, possiamo immaginare diverse Russie del domani. Sarà una vera democrazia o una semplice "democratura"? Tradizionale o moderna? "Santa" o profana? Ortodossa o scismatica? Più bianca che "rossa" o viceversa?
Meno slavofila che occidentalista o viceversa?

Tanto asiatica quanto europea o il contrario dell'una e dell'altra? Una Russia che "la ragione non è in grado di comprendere appieno e nella quale possiamo solamente credere" (come diceva magnificamente il poeta Tjutchev nel XIX secolo), oppure quella "robusta e dal grosso fondoschiena" (tolstozadaja) cantata da Alexander Blok durante la Rivoluzione? "Con Cristo" o "senza la croce"? Semplicemente russa (russiskaja) o "di tutte le Russie" (vserossiskaja)? Qualunque cosa diventi, dovrà fare i conti con tutto ciò che l'ex Unione sovietica le ha lasciato e tutto ciò di cui l'ha privata, forse per sempre.

Noi altri, nati all'Est e formati nell'altra Europa, dobbiamo dar voce a questi ed altri interrogativi di fronte a tanti comportamenti conservatori, atteggiamenti tradizionalisti, opacità nella maniera di governare o gestire le cose, mancanza di trasparenza o mentalità retrograde che riemergono in tanti paesi al tempo stesso europei e tagliati fuori dall'Europa. E questo soprattutto laddove la mancanza di tradizioni democratiche pare evidente, laddove i diritti dell'uomo continuano ad essere violati e lo Stato di diritto è lungi dall'esser instaurato. Per citare un esempio, è utile osservare come Serbia o Croazia accolgono con ostilità le accuse provenienti dal Tribunale internazionale dell'Aia e rifiutano di consegnargli coloro che, senza ombra di dubbio, hanno commesso crimini come Karadzic, Mladic e altri. Molti accusano l'Europa di incitare contro di loro il Tribunale …

Contraddizioni dei Balcani

Un passato lontano e molti avvenimenti recenti hanno inferto ai Balcani ferite che continuano a sanguinare: l'Albania di Enver Hoxha, la Romania di Nicolae Ceaucescu, la Bulgaria di Todor Jivkov, una Iugoslavia ieri nettamente più prospera degli altri "paesi dell'Est", oggi devastata dalle ultime guerre balcaniche… E il fenomeno va ben oltre, da un paese all'altro: equivoci tra Serbia e Montenegro, conflitti tra kosovari albanesi e serbi, separazione delle nazionalità in Bosnia-Erzegovina, rapporti tesi tra Grecia e Turchia, rapporti ambigui tra Bulgaria e Macedonia, questione ungherese in Transilvania, rumena in Moldavia, greca e turca in Cipro, macedone in Grecia, serba in Croazia, turca in Bulgaria, più di due milioni di esiliati o "sfollati", mille maniere diverse di assumere e vivere un'"identità post-comunista", di porre e di risolvere l'eterna "questione nazionale" e quella delle minoranze, oppure di rivedere frontiere considerate "ingiuste" e "mal tracciate", di subire o rifiutare la famosa "balcanizzazione" che, come il Destino nelle tragedie nate sotto i cieli di questa penisola, continua a separare anche ciò che pare indiviso e indivisibile.

Si fanno divisioni senza che resti molto da dividere. Abbiamo creduto di conquistare il presente e non riusciamo a gestire il passato. In molti di questi paesi, è stato necessario difendere un patrimonio nazionale. Oggi, in parecchi casi, occorre difendersi da questo stesso patrimonio. Cosa che vale anche per la memoria: dovevamo salvaguardarla, e adesso sembra punire gli stessi che l'hanno salvata. Tanti eredi restano così senza eredità.

 

 

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