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235 - 06.09.03


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Modello Usa per l'Europa federale?

Antonio Carioti

Daniele Capezzone, Uno shock radicale per il 21° secolo, pag. 224, Euro 20

Che l'attuale Unione Europea lasci a desiderare da molti punti di vista, malgrado gli sforzi per trasformarla in un vero soggetto politico, appare indubbio. Non a caso a metterla sotto accusa è anche un movimento dalle limpide credenziali federaliste, quello guidato da Marco Pannella. Il giovane segretario dei radicali italiani Daniele Capezzone, che dello stesso Pannella è un po' il figlioccio spirituale, ha appena pubblicato un libro assai polemico, spietato nel fustigare difetti e ipocrisie della costruzione

Il volume, intitolato Uno shock radicale per il 21° secolo, una pubblicazione dei Radicali italiani, prende di mira il protezionismo agricolo dell'Ue, penalizzante per i consumatori di casa nostra e disastroso per i paesi poveri; denuncia la compiacenza di Bruxelles verso regimi dittatoriali d'ogni genere; evidenzia lo scarso dinamismo delle economie europee, gravate da troppi vincoli; sottolinea il deficit di democrazia che caratterizza le istituzioni comunitarie; attacca l'antiamericanismo e il pacifismo dilaganti nelle opinioni pubbliche del vecchio continente. Insomma, sottopone l'Europa a un autentico processo, condotto da un coerente punto di vista liberale, liberista e libertario. comunitaria.

Alle critiche, perlopiù ineccepibili, si accompagna la proposta di un'alternativa molto netta: più globalizzazione dei mercati, più diritti per gli individui in ogni campo, lotta intransigente ai regimi totalitari con le armi nonviolente dell'informazione e del ricatto economico, promozione di un'Organizzazione mondiale delle democrazie che punti a diffondere la libertà politica su tutto il pianeta. Quanto alle istituzioni europee, Capezzone propugna l'importazione in blocco del modello Usa, con un presidente eletto a suffragio universale diretto dai popoli dei paesi Ue e un Parlamento dotato di poteri incisivi, analogo per struttura al Congresso di Washington.

Quest’ultimo auspicio, lontano anni luce dalle prospettive che vanno prendendo corpo in sede comunitaria, può apparire stravagante, ma è in linea con l'idea di fondo del movimento radicale, secondo cui il modello anglosassone costituisce il meglio che vi sia in circolazione al mondo e può benissimo essere applicato anche in contesti culturali molto distanti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.

Sulla base di tale presupposto, Capezzone approva la politica estera dell'amministrazione Bush e anzi si mostra entusiasta per gli intellettuali neoconservatori che le forniscono un supporto teorico. La campagna militare contro l'Iraq gli appare un esempio luminoso di come l'uso della forza possa spianare la via della libertà a popolazioni troppo a lungo oppresse da regimi sanguinari e complici del terrorismo. Non si tratta di esportare la democrazia, precisa il leader radicale, ma di abbattere gli ostacoli che impediscono a quelle genti di fruire dei più elementari diritti umani. Poi saranno i cittadini dei paesi sottratti alla morsa delle dittature, una volta liberi di scegliere, a indirizzarsi verso il modello occidentale.

L'astrattezza del ragionamento risalta in modo palese di fronte alla situazione esistente oggi sul campo tanto in Iraq quanto in Afghanistan. La caduta dei talebani e di Saddam Hussein, da accogliere comunque con soddisfazione visto di quali infami oppressori si trattava, non basta certo a garantire un futuro migliore, tanto meno prospettive di libertà, in paesi dove la nozione stessa dello Stato di diritto risulta sconosciuta ai più. Per il momento ha prodotto l'anarchia, faticosamente arginata dalla massiccia e costosa presenza di truppe straniere.

La democrazia non si improvvisa, è frutto di evoluzioni tormentate e difficili. In Europa lo sappiamo bene. Ma gli stessi Usa, per cancellare lo schiavismo, dovettero passare attraverso una spaventosa guerra civile. Del resto basta guardare all'ex impero sovietico: i sistemi liberali hanno attecchito con successo dove potevano contare su precedenti storici, ma in altre situazioni hanno prevalso tendenze autoritarie. E non c'è bisogno di ricordarlo ai radicali, così fermi e costanti nel condannare le atrocità russe in Cecenia.

Quanto all'operazione angloamericana in Iraq, è sempre più difficile sostenere che Saddam rappresentasse una minaccia immediata. Aveva probabilmente ragione l'ex ispettore dell'Onu Scott Ritter, quando negava, sulla base di argomentazioni soprattutto tecniche, che Bagdad possedesse armi di distruzione di massa pronte all'uso: il suo libro intervista con William Rivers Pitt “Guerra all'Iraq" (edito in Italia da Fazi) andrebbe oggi riletto e meditato. Ma anche ammesso che il problema fosse invece quello su cui insiste Capezzone, cioè porre fine ai crimini di Saddam e costruire un Iraq libero per destabilizzare gli altri regimi tirannici della regione, il successo ottenuto resta parziale e le prospettive alquanto incerte.

In realtà la dottrina Bush della guerra preventiva, partorita dall'amministrazione americana dopo l'11 settembre, solo in apparenza si muove in una direzione analoga a quella proposta dai radicali. Essa si basa infatti sulla supremazia militare di un unico Stato nazionale, che intende tutelare la propria sicurezza con ogni mezzo, in modo del tutto unilaterale, sulla base di una valutazione discrezionale delle possibili minacce. Una concezione molto distante dall'ipotesi di un'Organizzazione mondiale delle democrazie, ciascuna delle quali dovrebbe rinunciare a porzioni della propria sovranità.

Lungi dal costituire una svolta rispetto all'isolazionismo originario dell'impostazione politica di Bush, come sostiene erroneamente Capezzone, la teoria della guerra preventiva ne è lo sviluppo coerente, mentre i discorsi sull'esportazione della libertà rappresentano soprattutto una giustificazione ideologica. Non a caso Washington si guarda bene dall'accettare la giurisdizione del tribunale internazionale sui crimini di guerra, per il quale i radicali si sono lungamente battuti. E ancora meno Bush potrebbe aderire alla moratoria mondiale delle esecuzioni capitali, altra meritoria battaglia di Pannella e dei suoi seguaci.

L'impressione del lettore è che Capezzone, così severo (spesso a giusto titolo) verso l'Ue, sia invece fin troppo indulgente verso gli Usa. Lascia assai perplessi, ad esempio, l'idea del segretario radicale che l'Europa debba adottare il modello americano, ritenuto più garantista, anche in materia di giustizia. Basta ricordare che gli Stati Uniti praticano la pena di morte, tengono in carcere circa due milioni di detenuti, hanno una legislazione aspramente repressiva in tema di droghe: una situazione agli antipodi rispetto alla cultura dell'antiproibizionismo e della clemenza (si pensi alla recente iniziativa per il cosiddetto "indultino") tipica dei radicali.

Forse siamo in presenza di un equivoco simile a quello che, nel 1994, indusse Pannella a credere che Silvio Berlusconi, nonostante fosse già allora alleato con An e Lega, potesse farsi portatore di una grande rivoluzione liberale. Oggi invece i radicali sembrano puntare su Bush come paladino dei diritti individuali a livello mondiale. Nel primo caso la disillusione è stata amara: basta leggere il duro e condivisibile attacco rivolto da Capezzone, nel suo libro, al ministro dell'Economia Giulio Tremonti, un tempo piuttosto apprezzato in casa radicale. Il tempo ci dirà se le speranze riposte nell'amministrazione di Washington conosceranno la stessa sorte.

 

 

 

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