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I sistemi giuridici europei

Andrea Borghesi

Raoul C. van Caenegem, I sistemi giuridici europei, Il Mulino, 2003, Euro 15,00

La realizzazione di un sistema giuridico unitario europeo è possibile. È la politica a dover avere l’ambizione di costruirlo, non umiliando le singole tradizioni nazionali ma integrandole partendo dagli aspetti comuni. È questa la speranza contenuta nel libro di Raoul C. van Caenegem, autore de I sistemi giuridici europei (Il Mulino). Una speranza che nasce da una considerazione storica: spesso i sistemi giuridici sono stati esportati in paesi che non avevano alcun legame con la cultura che li aveva originati.

È il caso ad esempio del Giappone dove, alla fine dell’800, il diritto romano-tedesco si è imposto avendo ragione delle consuetudini giuridiche autoctone. La stessa common law, considerata dagli inglesi la quintessenza dell’Inghilterra, ha un’origine continentale che risale ai tempi del regno anglo-normanno di Enrico II e, nel processo di accumulazione del patrimonio giurisprudenziale, si è formata in modo molto simile al Corpus iuris civilis di Giustiniano. E, d’altro canto, il Code civil napoleonico del 1804, pur basato sulla tradizione romana, raccoglie moltissimo del diritto consuetudinario di origine tedesca. Il codice civile in vigore in Germania dal 1896 è sicuramente più romano di quello francese, mentre, a rigore, dovrebbe essere il contrario.

È vero allora, per dirla con Rudolph von Jhering, che “il diritto è politica sotto altre sembianze”, e si piega alla volontà politica dominante; la lotta tra le due tradizioni, quella basata sulla giurisprudenza, sulle decisioni dei giudici, non codificata della common law inglese e quella romanista, dottrinaria e codificata, della Civil law continentale, ha, quindi, molto a che fare con il momento politico nel quale avvenne, appunto, l’abbandono delle consuetudini feudali e si posero le basi per la creazione di un potere centralizzato e moderno.

Fino al XII secolo, l’elemento unificante dal punto di vista giuridico era rappresentato dal diritto canonico, un insieme di norme che disciplinavano la vita di tutti giorni basate su una moltitudine di canoni ecclesiastici e di decretali papali emanati nel corso di un millennio, studiato e applicato in tutta la cristianità, senza riguardo per le frontiere, ma con molta attenzione e rispetto per le usanze e le sensibilità locali. Mentre nel continente si scelse la strada del diritto romano, recuperato attraverso il Corpus giustinianeo che assumeva i caratteri di un testo sacro, un diritto razionale che traeva origine dagli studi e dagli insegnamenti dei giuristi dell’Università di Bologna, in Inghilterra, Enrico II rimaneva fedele, adottando la common law, alla tradizione “europea” di un diritto applicato e non codificato. In questo senso l’autore nota che “fu il Continente ad allontanarsi dall’Inghilterra e non il contrario!”.

La storia che dice, quindi, che in epoca feudale e moderna, fino alla creazione degli stati nazionali, tutti i cittadini europei vivevano sotto “giurisdizioni” non nazionali ma secondo consuetudini locali o sotto l'egida di due sistemi sovranazionali, il diritto della Chiesa e quello romanistico delle università, noto come ius commune. La svolta del XII secolo non segnò infatti l’immediata realizzazione di sistemi nazionali ma la scelta delle tradizioni giuridiche alle quali rifarsi.

Se la strada dell’Europa è quella di uno stato federale che eviti di diventare una burocrazia lontana e senza volto, allora il suo sistema giuridico dovrà essere per van Caengem “una media via fra un cosmopolitismo accademico senza radici e un nativismo radicato fino in fondo”. La realizzazione della Costituzione europea è lo straordinario traguardo che è di fronte ai politici del nuovo secolo. I risultati sulla via dell’integrazione e dell’unione, ottenuti in pochi decenni da popoli che per millenni si sono combattuti ferocemente, suggeriscono ottimismo.

 

 

 

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