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233 - 02.08.03


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L'Europa di Matteo Ricci e l'altro mondo della Cina
Filippo Mignini

L'incontro tra civiltà europea e cinese realizzatosi attraverso l'esperienza storica e l'opera del gesuita Matteo Ricci (Macerata 1552- Pechino1610), per la prima volta viene analizzato e proposto a studiosi e grande pubblico attraverso la mostra "Padre Matteo Ricci. L'Europa alla corte dei Ming", all'Auditorium San Paolo (Palazzo Ricci, Pinacoteca Comunale) di Macerata fino a domenica 5 ottobre. A seguito riportiamo alcuni brani dell'intervento di Filippo Mignini contenuto nel catalogo della mostra (Edizioni Gabriele Mazzotta).

Contatti diretti o mediati tra l'Occidente e il millenario impero cinese, per via di commerci o di migrazioni e conquiste attraverso i deserti e le oasi dell'Asia centrale, ebbero luogo nel corso dei secoli antichi fino all'età di Roma e all'impero dei Mongoli. La continuità di tali relazioni, documentata dagli archeologi, ha indotto uno dei più grandi orientalisti del secolo scorso, il maceratese Giuseppe Tucci, a coniare la nozione e il termine di Eurasia, per indicare l'unità storica e culturale di un solo continente che si estende dalle coste atlantiche dell'Europa alle pacifiche della Cina e del Giappone.

(...)

Una fondamentale fase dei contatti tra Europa e Cina ebbe inizio pochi anni dopo la costituzione dell'ordine dei gesuiti. Tentativi furono compiuti sin dall'inizio, fino a quello estremo di Francesco Saverio, morto su un'isoletta di fronte a Canton, mentre si apprestava a farsi trasportare sul suolo cinese (dicembre 1552). Egli aveva già aperto le missioni gesuite dell'India e del Giappone. Altri tentativi furono ripetuti negli anni successivi, ma senza successo.

La svolta si ebbe con l'arrivo a Macao nel 1578 del padre Alessandro Valignano, visitatore delle missioni gesuitiche d'Oriente. Raccolse in quella città, dove i portoghesi avevano da poco ottenuto il diritto di stabile residenza, le informazioni più accurate sulla cultura, lingua, tradizioni, religioni, sistema politico e amministrativo della Cina. Comprese che era necessario adottare una nuova strategia di comunicazione con questo paese dalla civiltà millenaria, chiuso e diffidente come nessun altro verso gli stranieri. Valignano elaborò quello che più tardi sarebbe stato chiamato metodo della "inculturazione", ossia dell'assimilazione dello straniero alla cultura del paese, per potere, dall'interno, acquisito il credito necessario, trasmettere insegnamenti e dottrine.

Nel 1579 Valignano chiamò a Macao Michele Ruggeri per dare avvio alla nuova missione. Questi era giunto a Goa nel settembre dell'anno precedente insieme ad altri quattordici gesuiti di diverse nazionalità. Tra gli altri, anche Matteo Ricci, non ancora sacerdote. Ruggeri cominciò a studiare lingua e letteratura con maestri cinesi che non conoscevano il portoghese e che lo ammaestravano disegnando le cose di cui doveva apprendere il nome, quindi dipingendo il relativo ideogramma e insegnandone la pronuncia.

Il gesuita, che prima di entrare nella Compagnia era stato avvocato, si applicava con grande diligenza; ma lo scoglio dei quattro toni con i quali uno stesso suono poteva essere pronunciato, acquisendo significati totalmente diversi, si presentava difficilmente superabile. Già l'anno dopo cominciò a chiedere al superiore l'aiuto dell'amico Matteo Ricci, più giovane, dotato di memoria prodigiosa e versato nelle scienze matematiche e astronomiche, molto apprezzate dai cinesi. I superiori preferirono lasciar attendere Ruggeri: Ricci doveva terminare in modo puntuale lo studio della teologia in India, tra Goa e Cochin, dove fu ordinato sacerdote nel 1581. Il sette agosto dell'anno successivo giunse a Macao per affiancare Ruggeri nella missione di Cina.

Ricci era nato a Macerata, città dello stato della Chiesa, sede di Università e dell'Amministratore apostolico delle Marche, il 6 ottobre 1552, appena due mesi prima della morte di Francesco Saverio. Figlio dello speziale Giovanni Battista e della nobildonna Giovanna Angelella, apparteneva a una delle famiglie nobili della città. Fu educato dapprima in casa, dal sacerdote Nicolò Bencivegni, senese, che poco dopo entrerà nella Compagnia di Gesù. A partire dal 1561, anno nel quale i gesuiti fondarono un collegio in città, venne affidato alla loro scuola, compiendovi gli studi di umanità. A sedici anni fu inviato dal padre a Roma per studiare Legge alla Sapienza. Giovanni Battista voleva avviare il primogenito alla carriera amministrativa presso la Corte pontificia, dove servivano anche altri membri della famiglia.

Disattendendo il progetto paterno, il 15 agosto 1571 Matteo bussava al noviziato dei gesuiti in Roma per entrare nella Compagnia. Prometteva assoluta obbedienza e "indifferenza" agli ordini che gli sarebbero stati impartiti. Dopo aver perfezionato il corso di umanità a Firenze, entrò nel Collegio Romano, il celebre studio dei gesuiti, dove frequentò principalmente i corsi di retorica e filosofia. Qui si formò a quella cultura europea che più tardi introdurrà nel regno di Cina.

Con il termine retorica si intendeva quel complesso di insegnamenti teorici ed esercizi pratici che mirava alla formazione del perfetto oratore e scrittore, specialmente sacro. Le autorità riconosciute e gli autori più frequentati erano il greco Aristotele, con la Retorica e la Poetica, e i latini Cicerone e Quintiliano. Specialmente di Cicerone, assunto a modello di prosa latina e di oratoria, venivano studiate e apprese a memoria quasi tutte le opere. Certamente Ricci aveva studiato il trattato sull'amicizia (De Amicitia), che più tardi farà riecheggiare nel proprio omonimo trattato cinese, l'opera sui doveri (De officiis) e sulla natura degli dei (De natura deorum), oltre alle orazioni. Studiò e apprese Virgilio e Orazio, come anche i classici greci, Omero, Esiodo, Platone, lo storico Tucidide e l'oratore Demostene. Per la lingua greca e per il suo valore formativo ebbe un amore particolare, al punto da avviarne l'insegnamento, contro il parere di tutti, anche nel collegio di Goa, prima di cadere vittima della malaria.

Nel corso di filosofia, che durava non meno di tre anni, l'autorità principale era Aristotele, interpretato e commentato da Tommaso d'Aquino. Si studiavano a fondo logica e dialettica, fisica, il trattato sull'anima, metafisica ed etica. Ma si studiava anche l'etica degli Stoici, in particolare attraverso il Manuale di Epitteto e le opere di Seneca. Nel corso di filosofia era incluso anche lo studio della matematica, aritmetica e geometria, la cui autorità principale era Euclide. Nell'ambito delle scienze matematiche venivano incluse anche astronomia, geografia, cartografia, scienze della misurazione del tempo e dello spazio, trattati sugli orologi e astrolabi.

Tali discipline venivano insegnate in modo approfondito agli studenti più versati in matematica, come Ricci, quale strumento e supporto della evangelizzazione. Matteo ebbe la fortuna di avere come maestro uno dei più celebri matematici del tempo, il tedesco Cristoforo Clavio, editore e commentatore di Euclide e della celebre Sfera del Sacrobosco, riformatore del calendario gregoriano, corrispondente e amico dei maggiori matematici del tempo, tra i quali Galileo. Ricci ricevette da Clavio la formazione più avanzata del tempo nella geometria euclidea e nell'astronomia aristotelico-tolemaica. La formazione veniva completata con lo studio di altre discipline "minori", ma importanti nell'opera di apostolato, come la musica, la pittura, l'architettura e il teatro.

Quando Ricci partì da Roma nel maggio del 1577 diretto in Portogallo, dove avrebbe preso il mare per l'India nella primavera dell'anno successivo, portava con sé una compiuta formazione umanistica e scientifica. A questa si aggiungeva la formazione spirituale e religiosa ottenuta dai maestri del Collegio Romano, che verrà perfezionata in India con uno studio "molto formale" della teologia. Egli si presentava dunque alle porte della Cina come un eccellente rappresentante della civilità europea nel suo complesso, classica e cristiana.

Quale fu l'atteggiamento del giovane Ricci nei confronti dei popoli con i quali entrò in contatto, l'India e la Cina, vista quest'ultima dall'osservatorio di Macao? Il primo carattere che il lettore delle sue Lettere può facilmente percepire fu la simpatia umana e cristiana di Ricci nei confronti delle diversità culturali e la sua critica del fenomeno della colonizzazione. In India, pur essendo uno dei più giovani padri del collegio di Goa, non temette di denunciare al generale Acquaviva una decisione presa quell'anno, che discriminava l'educazione dei giovani indiani accolti nella Compagnia, rispetto a quella degli Europei.

Questa decisione era stata ispirata, secondo Ricci, dalla intenzione di tenere gli indiani in stato di subordinazione rispetto agli europei bianchi, per impedire che insuperbissero e perché fossero disponibili a servire in "parrocchie basse". Ricci considera questa decisione non soltanto contraria ai costumi della Compagnia, che nella sua prassi educativa non aveva mai operato tali distinzioni, ma anche agli interessi della popolazione indiana e a quelli della fede cristiana e della pace.

Su questo punto torna anche a Macao, denunciando allo stesso Acquaviva la grave opposizione dei padri del Collegio all'impresa progettata dal Valignano e il loro rifiuto dei giovani maestri cinesi, che avrebbero volentieri "rimandato a zappare". Ricci annota che questi padri non sono di "molta qualità" e, benché virtuosi, non sanno portare amore "alle cose della christianità". Prima ancora di entrare in Cina, svolge una diagnosi precisa di uno dei problemi della missione, ossia l'attribuzione della responsabilità di questa non a chi era destinato a svolgerla, ma al superiore del Collegio di Macao. Dovranno passare quasi quindici anni, prima che il problema venga risolto assegnando allo stesso Ricci l'incarico di superiore della missione di Cina.

Quattro tentativi di entrata, compiuti dal solo Ruggeri al seguito dei mercanti portoghesi che si recavano due volte l'anno alla fiera di Canton, erano falliti. Anche un quinto tentativo di Ruggeri, insieme al confratello Francesco Pasio diretto al Giappone, dopo un favorevole inizio e un soggiorno di qualche mese a Zhaoqing, sede del viceré del Guandong, non ebbe successo. Finalmente, nel settembre del 1583, il governatore Wang Pan accoglieva la richiesta dei religiosi stranieri Michele Ruggeri e Matteo Ricci di poter costruire una casa con chiesa nella stessa città.

Era un primo passo, decisivo, con il quale si metteva piede all'interno della Cina. Valignano aveva ordinato ai due padri di puntare a Pechino, per tentare la conversione dell'imperatore o almeno ottenere un permesso di libera predicazione del cristianesimo. Viaggiando per fiume, avrebbero potuto raggiungere la capitale del nord in cinque mesi. Ma come vincere la diffidenza dei cinesi e ottenere un permesso di viaggio e di soggiorno? Questa era la sfida. Ricci impiegherà diciotto anni per vincerla.

Fu chiesto ai due religiosi di radersi barba e capelli e vestire l'abito dei bonzi buddisti, tra i quali potevano essere accolti anche stranieri. Mutarono il loro nome in cinese. Ricci si chiamò Li Madou; qualche anno dopo, ricevette anche il nome che meglio lo rappresentava e con il quale verrà comunemente chiamato: Xitai, "maestro del grande Occidente". I due bonzi occidentali, aiutati dagli interpreti cinesi e da persone di servizio, iniziarono con solerzia la costruzione della casa all'europea, su due piani, cosa inusuale per i cinesi. La casa, che comprendeva al piano terra una sala centrale adibita anche a cappella, suscitò l'interesse e l'ammirazione di tutti, l'invidia e il sospetto di molti.

Fu fatta oggetto di sassaiole e di assalti. La curiosità sfrenata e opprimente, la paura e il sospetto, i sorrisi, gli scherni, il disprezzo, gli insulti che li accompagnavano al loro passare fecero un giorno esclamare a Ricci di sentirsi "spazzatura del mondo". Se poca era la considerazione di cui godevano in generale i religiosi buddisti, ancora minore era quella dei due bonzi stranieri. I cinesi guardavano con meraviglia il naso leggermente aquilino e gli occhi azzurri di Li Madou, gli tiravano i peli delle braccia e delle gambe, ma cominciavano insieme a meravigliarsi della velocità e sicurezza con la quale lo straniero apprendeva la loro lingua e cominciava a leggere i loro testi.

Un giorno Wang Pan visitò la casa e si fermò dinanzi a una piccola carta geografica europea, che i padri avevano appeso nella sala. Grande fu lo stupore nel vedere la sua Cina non coincidere con la maggior parte del mondo, ma posta ai margini di questo e attorniata da molte altre terre di gran lunga più estese. Chiese a Ricci di tradurla in cinese. Matteo si mise all'opera e in pochi mesi poté consegnare a Wang Pan la prima carta geografica universale in lingua cinese e un orologio meccanico che suonava le ore costruito per lui.

Mentre Li Madou svolgeva quel rotolo di circa un metro di lato, il governatore sentì che una nuova pagina si apriva nella storia della Cina. Protesse i padri come poté, emanò degli editti per difenderli, cominciò a suscitare intorno a loro l'interesse dei mandarini e permise che Ruggeri, con il giovane De Almeida venuto da Macao, tentasse di aprire una nuova residenza a Shaoxing, sua città natale posta a due mesi di cammino verso nord. Il tentativo non fu coronato da successo, come non lo fu quello compiuto poco dopo dallo stesso Ruggeri nella città di Guilin.

Intanto Ricci e Ruggeri avevano tradotto e stampato nel 1585 le principali preghiere, i Dieci comandamenti e il Credo, come anche un primo catechismo in cinese composto da Ruggeri. Una piccola comunità di circa sessanta cristiani era già sorta ma le difficoltà di risalita verso Pechino apparivano insuperabili. Si decise di tentare la via di un'ambasciata papale all'imperatore, alla quale Ricci avrebbe potuto associarsi. Nel 1588 Ruggeri fu rimandato a Roma per organizzarla. Li Madou, che aveva già attirato su di sé l'attenzione dei letterati e dei mandarini per la padronanza della lingua e dei classici cinesi, per le sue conoscenze matematiche, geografiche e astronomiche, rimase solo a condurre l'impresa della Cina.

Ruggeri non riuscì nel proposito: non soltanto per la morte di Sisto V e per quella dei tre successori nell'arco di un anno, ma forse, soprattutto, perché Roma non aveva percepito distintamente l'importanza della missione cinese. Ricci, intanto, sempre più immerso nella conoscenza di "questo altro mondo", si era persuaso che quella impresa fosse la più importante, nella storia del cristianesimo, dal tempo degli apostoli.

L'arrivo di un nuovo viceré a Zhaoqing nel 1589 produsse una mutazione drammatica e imprevista nella prima residenza missionaria di Cina e, qualche anno dopo, la sua chiusura. Il nuovo mandarino desiderava costruirsi un tempio a memoria del proprio mandato in quella città e pensò di destinare a tale uso l'esotica casa dei bonzi stranieri. Pretese di liquidare Ricci con un decimo della cifra investita nella casa e quindi di rimandarlo a Macao. Il padre si oppose, non accettando il denaro: preferiva essere cacciato, palese vittima di una ingiustizia, piuttosto che rendersi complice di essa. Infine accettò la cifra in cambio dell'autorizzazione ad aprire una nuova residenza a Shaozhou, a nord della stessa provincia.

Qui Ricci giunse con De Almeida nella seconda metà di agosto del 1589. Costruì una nuova casa con chiesa, che edificò in stile cinese, ammaestrato dalla precedente esperienza. Iniziò a istruire il confratello nella lingua e nelle lettere della Cina e a ricostituire una nuova comunità. Tuttavia, dopo due anni, l'insalubre clima di Shaozhou, città affetta da un'endemica forma di malaria, gli rapì il confratello. Dopo qualche mese gli fu mandato in aiuto il giovane e più robusto Francesco De Petris. Ricci iniziò a istruire il nuovo compagno italiano nella lingua cinese e a leggergli i Quattro libri, uno dei principali classici confuciani, che stava traducendo in latino a beneficio dei nuovi venuti. Nel 1593 la malaria rapì anche De Petris.

Ricci rimase solo ancora per mesi. L'eco di queste lunghe solitudini, talvolta di anni, affiora nelle Lettere: "Stiamo tanto lontani che bisogna che passino sei anni et alle volte sette per tener risposta delle lettere che scriviamo a Europa, nel qual tempo si mutano non solo gli offitii et altre cose, ma anco ci mutiamo di una vita ad altra; e molte volte ricordandomi quante lettere assai lunghe ho scritte a morti di costà, mi toglie la forza e l'animo di scrivere". In tal deserto Xitai trovava consolazione nella crescente amicizia dei letterati e mandarini cinesi, tra i quali emergeva, toccante e decisiva per gli esiti della missione, quella del "fedele e vecchio amico" Qu Taisu. Fin dall'arrivo di Xitai a Shaozhou, questi si era messo alla sua scuola, studiando matematica, astronomia e geografia, ma interessandosi anche alla religione di quel singolare straniero.

La svolta nell'esperienza missionaria di Ricci si ebbe tra il 1594 e il 1595, quando decise di mutare, anche su consiglio degli amici cinesi, il saio del bonzo nella seta del letterato. Si fece crescere la barba e i capelli, iniziò a farsi trasportare in lettiga, preceduto da due servitori e adeguandosi in tutto allo stile e alle norme di comportamento della classe dirigente cinese, alla quale ormai indirizzava esclusivamente la propria attenzione. Era quello l'unico veicolo che potesse consentirgli di giungere all'imperatore della Cina. Da quel momento la sua vita non fu che un ricevere e ricambiar visite, un entrare e uscire dalle case dei mandarini, fino a quando non ebbe libero accesso nella stessa corte del re: "noi entriamo nel palazzo tutte le volte che vogliamo, ma sempre procuriamo entrarvi con qualche occasione╔".

Ricci aveva anche compreso in quegli anni un'altra verità fondamentale riguardo ai processi comunicativi della Cina: l'importanza prioritaria dei libri. Scoprì che "più si fa in Cina con libri che con parole". Decise dunque di prendere un buon maestro per imparare a comporre opere in cinese che potessero attrarre l'attenzione dei letterati. D'ora in poi, tutto il tempo che rimarrà libero dalle esigenze di relazioni sociali, intercalato alla costruzione di strumenti scientifici e tecnici da regalare ai propri interlocutori - orologi solari e meccanici, astrolabi, sfere armillari, globi terrestri e celesti, con i quali accompagnava altri doni provenienti dall'Europa, prismi di Venezia (cristalli triangolari che rifrangevano la luce nei colori dell'iride molto apprezzati dai cinesi), pitture a olio, ignote fino a quel momento in Cina, stoffe, bottiglie di vetro decorate - era dedicato alla composizione di libri.

La prima opera cinese di Ricci vide la luce nel 1595 a Nanchang, dove tentava di aprire una terza residenza, dopo essere stato bruscamente cacciato da Nanchino. Si trattava di un Discorso sull'amicizia, nel quale veniva presentato il pensiero dei principali autori dell'Occidente intorno a quel tema. Due anni dopo, al seguito del ministro dei riti, che voleva condurlo con sé nella capitale per avviare la riforma del calendario cinese, Ricci giunse per la prima volta a Pechino. Vi rimase soltanto due mesi, in un clima di tensione e pesante sospetto nei confronti di possibili spie straniere, a causa dell'invasione giapponese della Corea e della mobilitazione dell'esercito cinese ai confini nord-orientali. Ricci preferì tornare sui suoi passi, puntando sulla città di Suzhou, dove sperava di trovare l'amico Qu Taisu che molte volte lo aveva invitato ad aprirvi una casa. Dopo un drammatico viaggio a cavallo di circa venti giorni nella neve e lungo i canali ghiacciati, fu accolto, stremato da un doppio attacco di dissenteria, dal fedele amico in una stanza del monastero buddista di Daniang.

Terminata la guerra col Giappone per la morte del generale Hideyoshi, gli si aprirono in modo imprevisto le porte di Nanchino. Qui Ricci entrò nel febbraio del 1599 insieme a Qu Taisu e vi rimase fino al giugno dell'anno successivo aprendovi la quarta residenza. Vi consolidò la sua fama di scienziato, tenendo lezioni di matematica, logica e filosofia, pubblicando la seconda edizione della carta geografica universale, accrescendo enormemente il proprio credito nella classe dominante cinese.

Ormai i tempi erano maturi per tentare l'ingresso definitivo nella capitale. Con un corredo di buoni doni venuti da Macao, in compagnia del confratello Diego Pantoja, discreto musicista che stava apprendendo la lingua cinese, e di un certo numero di fratelli e servi cinesi, nel giugno del 1600 Ricci si avviava verso Pechino per presentare i suoi doni all'imperatore Wanli. Fu arrestato lungo il cammino dal potente e avido eunuco Ma Tang, che volle intromettersi nella presentazione dei doni. Dopo sei mesi di drammatica attesa trascorsi in buona parte nella gelida fortezza di Tianjin, giunse il decreto che chiamava lo straniero Matteo Ricci a Pechino.

Il 24 gennaio del 1601, dopo 18 anni di fatiche inenarrabili e di amore straordinario per la nuova patria di adozione, la porta della città proibita, che non si era aperta agli ambasciatori delle più grandi potenze del mondo, una per tutti la Spagna, si apriva dinanzi al mite, pacifico e tenace Li Madou. Si aprivano non soltanto ai suoi quadri ad olio, che impressionavano la corte per l'inusitata vivezza, non solo agli orologi meccanici che suonavano da soli le ore, al clavicordo mai udito, ai libri dalle splendide e inopinate rilegature, ai prismi, alle stoffe, alle monete e ai cristalli d'Europa; si aprivano alla lealtà dello straniero divenuto cinese, alla sua dottrina e alla sua virtù. Ricci non poté mai incontrare l'imperatore, che si sottraeva persino ai ministri, in un sistema di relazioni tra l'interno e l'esterno del palazzo, totalmente controllato dagli eunuchi.

Contro tutte le leggi vigenti, Wanli decise che quello straniero doveva vivere all'ombra del suo palazzo, senza mai più allontanarsi dalla capitale. Gli conferì il titolo di mandarino e provvide al suo mantenimento, e a quello di altre quattro persone della casa, fino alla morte del "maestro dell'Occidente". Questi era ormai divenuto, nella considerazione dell'imperatore, una sorta di nume tutelare della corte. Nella prefazione a un'opera che Ricci pubblicherà nel 1605, intitolata Venticinque sentenze, uno dei maggiori collaboratori e sostenitori, il mandarino Xu Guangqi, scriveva che Ricci era divenuto per la corte un protettore e qualcosa di analogo a ciò che nell'antichità si pensava del chiosco sul quale le mitiche fenici avrebbero costruito il loro nido: un oggetto prezioso per la continuità e successione dell'impero.

Negli anni di Pechino, Ricci incontrò migliaia di grandi mandarini, strinse amicizia con molti di essi e, con il credito di cui godeva nella corte, protesse le altre residenze della Cina. In collaborazione con un altro dei suoi grandi amici, Li Zizhao, produsse una nuova edizione più ampia e aggiornata della carta geografica di tutto il mondo (1602), alla quale seguirono un'edizione in otto pannelli (1603), l'edizione di dodici esemplari su seta ordinati dall'imperatore (1608) e, infine, una riformulazione di questa in due quadri , che Wanli fece disporre a destra e a sinistra del trono (1609).

Xitai era giunto ad abbracciare, con le due ali del suo mappamondo, il trono di Cina. Pubblicò le sue opere fondamentali di teologia e filosofia, sostenuto da un altro grande amico, dal destino drammatico ed eroico, Feng Yingshin. Tradusse in collaborazione con Xu Guangqi i primi sei libri della Geometria di Euclide, con il commento del suo maestro Cristoforo Clavio. Avviò la riforma del calendario e giunse persino a comporre Otto canzoni per clavicordo occidentale, che insieme ad altre sette sue opere verranno in seguito introdotte nella selezione dei capolavori della letteratura cinese di tutti i tempi. Consumato dalla fatica, tornando da una visita, Li Madou si mise a letto sentendo che non si sarebbe rialzato. Era pronto, avendo già tutto previsto e disposto per la successione. Con il sorriso del Budda morente sulle labbra e con il pensiero rivolto al confratello Pierre Coton, che aveva riportato al cattolicesimo Enrico IV di Francia e ne era divenuto confessore, Xitai Ricci si spegneva l'11 maggio del 1610, alle sette di sera.

Wanli, derogando per la prima volta nella storia della Cina da una ferrea tradizione, concesse un terreno per la sepoltura di uno straniero che non vi morisse in missione diplomatica. La tomba di colui che per primo stabilì nella sua persona e con la sua opera intensi e duraturi rapporti tra l'Europa e la Cina é onorata ancor oggi a Pechino. Che cosa consentì a Ricci di entrare così profondamente in sintonia con l'anima cinese, al punto da essere riconosciuto come un figlio di quella terra e considerato uno dei grandi di quel Paese nell'altare elevato a Pechino alla fine del secondo millennio?

La prima ragione sembra essere stata la sua capacità di riconoscere la Cina come un "altro mondo". L'espressione, che é dello stesso Ricci, va presa alla lettera. Significa anzitutto che egli riconobbe quel Paese come un "mondo", a differenza di tutti gli altri popoli con i quali l'Europa era venuta in contatto. La costituivano come "mondo" la sua estensione geografica, che abbracciava tutte le zone climatiche; la sua antichità, ossia la sua estensione nel tempo; l'autosufficienza economica, dovuta alle grandi risorse della natura e a quelle dell'ingegno e dell'arte dei suoi abitanti; la perfetta organizzazione sociale e politica, superiore a tutte quelle che la storia aveva fino a quel momento tramandato; la sua forte identità nazionale. Caratteri distintivi che rendevano la Cina, agli occhi di Ricci, "la maggior maraviglia che in questo Oriente si ritruova di cose naturali e di soprannaturali".

Se la Cina é un "mondo" nello stesso senso con il quale lo é l'Europa, si deve anche aggiungere che essa é un mondo totalmente altro, ossia diverso da quello europeo, contraddistinto dalla civiltà cristiana. L'alterità della Cina risiede nella lingua, nei costumi, nell'organizzazione amministrativa e politica, nel pluralismo e relativismo religioso, del tutto estraneo ai canoni di una religione unica perché vera; nella riunione dei poteri religioso e politico nella persona dell'imperatore, "figlio del Cielo"; nella totale secolarizzazione, che spinge a cercare in questo mondo il paradiso.

Ricci era sorpreso nel costatare che i cinesi non riconoscevano altra nobiltà al di fuori di quella che si può acquisire con le lettere; che non amavano le armi e la guerra e per questo erano sospettosi e dediti alla propria difesa. Mentre per lo più l'evangelo era portato a regni e popoli conquistati, la Cina era un impero non assoggettato ad armi straniere, e talmente autosufficiente, da concedersi persino di voler ignorare l'esistenza di potenze straniere planetarie come la Spagna di Filippo II. Ricci non entra in Cina sulle orme di un esercito; ma da solo, spinto dalla sete di conoscenza e dal desiderio di comunicare il tesoro della salvezza.

La Cina é dunque un "altro" mondo in duplice senso: é un secondo mondo, l'unico altro mondo oltre a quello europeo-cristiano; é alternativo e per certi versi antitetico rispetto a questo. Quando scriveva che l'obbedienza lo aveva "buttato" nella "fine della terra", ben sapendo che questa, per la sua sfericità, non conosce fine, Ricci intendeva affermare che si trovava piuttosto nel "confine" del mondo, divenuto in qualche modo egli stesso, con la sua persona e la sua opera, confine tra due mondi. In tale posizione egli é stato uno dei grandi artefici dell'apertura del mondo agli inizi dell'età moderna.

Quali furono le principali risorse, o gli strumenti, della sua opera e del suo successo? Anzitutto la sua profonda e mai vacillante fede religiosa, purificata e resa sempre più semplice dal confronto con la diversa ricchezza di altre esperienze religiose. In secondo luogo le sue virtù umane e cristiane; quindi lo spirito di amicizia e di amore col quale si é avvicinato alla diversità dell'altro, fino ad abbracciarla in tutti gli aspetti esteriori e interiori che non si opponessero ai principi fondamentali della sua fede. L'essersi fatto "in tutto un cinese" fu la via regia della sua opera di confine e di apertura, resa possibile dalla forza persuasiva e travolgente del suo umanesimo filosofico e scientifico. Un giorno ebbe a scrivere: "Questa é una cosa mai udita nella Cina da che il mondo é mondo, che venisse a essa forastieri, che gli potessero insegnare in tutte le scientie con tanto vantaggio". Colui che si era presentato come umile discepolo e studioso della millenaria sapienza cinese, finì con l'esserne riconosciuto come maestro anche per i secoli a venire.


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