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232 - 19/07/03


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Spaesamento da integrazione
Lucia Serena Rossi

L'autrice é straordinario di Diritto dell'Unione europea nella facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna e direttore del CIRDCE (Centro interdipartimentale ricerche sul Diritto comunitario europeo) della stessa Università.

Dove sta andando l' Europa? Si muove, questo é certo, e si ha l'impressione che stia accelerando, che abbia acquisito un ritmo diverso, ma non é affatto chiara la direzione di questo moto. Il che genera, é inutile nasconderlo, un'ansia sottile. Siamo consapevoli di assistere ad una svolta di un processo storico, di cui intravediamo un pezzo, una curva, anche se non ancora la fisionomia finale, come lillipuziani davanti ad un gigantesco animale di cui sentiamo il grande respiro ma che é troppo enorme per essere da noi immediatamente riconoscibile.

Ci eravamo abituati ad una certa idea di Europa a crescita lenta e progressiva, che avanzava come un fiume placido e gonfio, allargandosi sempre più, senza vortici, senza scosse. L'Europa é diventata sempre più, negli ultimi quarant'anni, la nostra seconda casa, o meglio il grande condominio cosmopolita in cui le nostre villette nazionali si rivalutavano, acquistavano respiro, sembravano meno anguste. Le regole condominiali disciplinavano i giardinetti, ci obbligavano a tagliare le erbacce e a dipingere le facciate. I rapporti di buon vicinato diventavano consuetudine rassicurante man mano che ci abituavamo a conoscere e riconoscere le caratteristiche degli altri condomini e a sopportarne bonariamente (a volte anche non senza ammirazione) le diversità. La chiave dell'integrazione europea é nel rispetto delle differenze, nella consapevolezza che non tutto si deve e si può armonizzare. Nella sensazione di ricchezza del dialogo e di molteplicità dei modelli.

La crescita verso l'ordinamento comune é stata, progressiva e a tratti anche lenta (ma inesorabile), basata su piccole baruffe, ma sostanziali intese su grandi cose, in una sorta di rassicurante ordinaria amministrazione. Nel frattempo il mito dello Stato nazionale si andava appannando sempre più, in alcune situazioni sembrava troppo stretto e in altre troppo largo. L'esercizio in comune di quote sempre più ampie di sovranità compensava la crescente incapacità degli Stati sovrani a far fronte, da soli, alle sfide della globalizzazione.

L'impressione é che in questo momento il processo evolutivo si stia impennando bruscamente in un salto qualitativo che porti ad una trasformazione, ancora non chiara, dell'ordinamento comunitario. Le cause del disorientamento sono note: l'allargamento a 25, la frattura ideologica nei confronti della visione americana delle relazioni internazionali e, oggi, anche l'inseguimento troppo affannoso, troppo confuso e troppo contestato, di una Costituzione europea. Vediamole una ad una.

Sino ad ora tutti gli allargamenti, che ci hanno portato dai sei a quindici membri e che hanno ampliato enormemente gli orizzonti geografici e culturali sono stati metabolizzati piuttosto rapidamente e senza traumi apparenti. Sul piano ideale, l'allargamento era fonte di orgoglio, era l'esportazione di un modello culturale. Sul piano pratico, l'allargamento era l'applicazione di un nuovo metodo delle relazioni internazionali e della loro organizzazione. Il metodo comunitario, appunto, che, grazie alla predisposizione di istituzioni comuni forti ed indipendenti dagli Stati, consentiva di superare la sfera internazionale creandone una sovranazionale. Certo rimaneva il senso di incompiuto, di perfettibile, e, sotto il profilo della cittadinanza dell'Unione, anche di insufficiente. Il presente allargamento per le sue proporzioni ha determinato una specie di shock, di disorientamento spaziale e culturale, in cui per la prima volta l'Europa non percepisce l'espansione del proprio modello, ma tende a richiudersi in sé timorosa, come contro una sorta di invasione. Fra le conseguenze dell'allargamento c'é anche il moltiplicarsi delle geometrie variabili, la perdita o l'irrilevanza di alleanze tradizionali e la ridiscussione dei rapporti di forza, che rende relative posizioni prima assolute.

Se lo shock da allargamento sembra però destinato a riassorbirsi in tempi non lunghi, lo stesso forse non può dirsi per la spaccatura intraeuropea nei confronti degli Stati Uniti, perché é probabilmente interesse di questi ultimi continuare a mantenerla viva,secondo la logica del divide et impera. Ed é una frattura dolorosissima perché pone in discussione non solo interessi strategici ed economici, ma anche modelli e valori, proprio in un momento in cui l'Unione é impegnata in uno sforzo fondativo di integrazione costituzionale, che presupporrebbe appunto la condivisione di questi.

Ma proprio il processo costituzionale in atto, se non sarà gestito in maniera adeguata, rischia di costituire un ulteriore fattore di disorientamento La revisione e forse la rifondazione dell'UE é indubbiamente necessaria. Se tuttavia da un lato si tende a rifiutare modelli passati, noti e rassicuranti, di cui si afferma però l'attuale inadeguatezza rispetto alle dimensioni e alle ambizioni dell'Unione, dall'altro non sembra emergere un consenso sulle caratteristiche che il futuro modello dovrebbe avere per rispondere alla sfida delle nuove dimensioni e ambizioni. In questo momento l'Europa fa fatica a riconoscersi in un futuro non chiaro, in un progetto che appare non tanto un disegno coerente quanto piuttosto la risultante in parte casuale di forze opposte che spingono nell'una o nell'altra direzione.

Il dibattito sulla Costituzione é stato di per sé un fattore molto positivo per la formazione dell'identità europea. La conoscenza delle questioni politico-istituzionali dell'Unione é uscita dai dibattiti degli specialisti e ha conquistato ampi spazi nell'informazione e nel confronto politico all'interno degli Stati membri. Se tuttavia tale dibattito non porterà a risultati condivisi e chiari, l'Unione ne uscirà sconfitta e i suoi cittadini non comprenderanno e si sentiranno spaesati e allontanati rispetto ad una nuova entità che, continuando a non assomigliare a nient'altro, ora rischia però di non assomigliare neppure a sé stessa.


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