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Peer to peer, la rivoluzione nascosta

Lezione 10 – 10.05.01

 

 

 

 

Peer to peer, la rivoluzione nascosta

E’ la vera Internet?

 

 

 

 

 

 

 

di Dario Olivero

 

  1. Napster, lo scenario
  2. Breve storia di una rivoluzione
  3. I figli di Napster e il P2P puro
  1. Nonsolomusica
    1. Conclusioni

 

Napster, lo scenario

Perché partiamo da N.? Perché almeno l’80 per cento degli articoli che compaiono nelle pagine music business parlano di Napster. E perché? Perché, innanzitutto la vicenda giudiziaria non è ancora finita. Nonostante la condanna al cosiddetto "filtraggio" di migliaia di titoli protetti da copyright, Napster è ancora lì, funziona, ha milioni di fan e si staglia come una colonna di Traiano a ricordare alle multinazionali discografiche che, nell’era di Internet, da un momento all’altro, può arrivare un vento nuovo che spazza via privilegi e meccanismi di mercato che sembravano scolpiti nelle tavole della legge.

Credo che tutti, o la maggior parte di voi sappiano di che cosa stiamo parlando. Ma se qualcuno non sapesse esattamente che cos’è Napster, allora provi a immaginare questa scena. Immaginate i manager, gli avvocati, le ville e le Ferrari di una delle lobby più potenti del pianeta. La lobby che è in grado di far consumare a milioni di persone la musica che decide. Di trasformare Madonna da una biondina insignificante in una vera Madonna, la lobby che ha deciso un giorno, di puntare su quattro ragazzi di Liverpool e farli diventare i Beatles.

Una lobby che ha l’occhio lungo e la mano svelta, che sa cogliere le tendenze perché ha tra le sue truppe un esercito di professionisti del marketing, di cool hunter, di pubblicitari. Che coglie i primi indizi e poi li piega nella direzione in cui decide. Immaginatela questa élite potentissima che decide che cosa è la musica, e alla quale si adeguano tutti e grazie alla quale cresce a ritmi vertiginosi un indotto spaventoso, dall’elettronica di consumo (sapete che cosa è stato il Walkman per la Sony?) alle t-shirt, dagli spot pubblicitari alle colonne sonore, alle tazze con la foto di Robin Williams.

Li vedete? John Perry Barlow, fondatore dell’Electronic Frontier Foundation (un’associazione che si batte per il diritto alla privacy e per la libertà di espressione in Rete) li ha definiti in un articolo apparso su Wired "coccodrilli al sole". L’unico problema che avevano, ma come può essere un insetto sul dorso di un coccodrillo era la faccenda delle cassette e dei cd pirata. Ma basta dare un’occhiata ai conti dell’industria solo in questo settore per capire che non poteva certo essere un problema. Sono, dati del 2000, solo per il mercato americano e solo per quanto riguarda la vendita dei manufatti (cd, cassette, dvd): più di 31 mila miliardi di lire, una Finanziaria. L’indotto è praticamente incalcolabile.

http://www.riaa.com/pdf/year_end_2000.pdf

 

Allora, tutti questi coccodrilli si riuniscono in un’associazione, la potentissima Riaa, Recording Industry Association of America. Se non chiedo troppo alla vostra immaginazione, pensate ai corridoi della sede della Riaa. Pensate ai suoi rapporti con la sua potentissima omologa in Gran Bretagna, la British Phonographic Industry (Bpi). Nei loro consigli di amministrazione siedono i dirigenti delle più grandi case discografiche.

Tra queste, le famose cinque sorelle: Bmg, Emi, Sony, Universal/PolyGram e Warner. Pensate che sono loro a decidere tutto. Perché loro hanno una cosa che nessuno ha: i contenuti.

Contenuti, badate bene, non cantanti, non musica, non artisti. Contenuti che si trasformano da cd in video di concerti, in videocassette, in film che vanno in digitale sulle pay-tv, tornano nelle tv normali imbottiti di spot per ritrasformarsi in dvd per essere venduti da Blockbuster, cataloghi interi di musica classica su cui hanno i diritti totali, schiere di cantanti che hanno firmato un contratto quando avevano 18 anni in cambio della celebrità e che per anni non hanno visto una lira di diritti d’autore.

Perché non dovete pensare a Bruce Springsteen o agli U2 che possono ricontrattare alle loro condizioni qualsiasi cosa, pensate ad altri, quelli pop, quelli che durano una stagione. Cantano il loro motivetto, stravendono e passano il giro a un altro. Tutti i diritti restano alla casa discografica per tre anni, dice la regola. Ma mica tutti durano tre anni.

Ed eccoci arrivati alla parola magica, il sacro mantra che tiene uniti gli adepti dell’industria discografica: diritti d’autore, copyright, percentuale sulle vendite dei prodotti intellettuali.

 

Breve storia di una rivoluzione

Perché tutto questo discorso per introdurre un argomento che sembrerebbe soprattutto di carattere tecnico? Perché l’argomento di cui parliamo oggi ha le caratteristiche per sconvolgere completamente questo scenario.

Se una lobby consolidata e perfettamente inserita nelle strutture di mercato e nella cultura di milioni di consumatori viene messa in crisi che cosa accade? Che cosa accade se, di colpo, il monopolio di un prodotto universale – ricordate che stiamo parlando della musica, ricordate che Usa e Inghilterra sono il primo e terzo paese al mondo per consumo musicale (per la cronaca, il secondo è il Giappone), senza contare l’indotto – non è più un monopolio? Se chi ha i contenuti, di colpo non li ha più e tutti possono procurarseli?

E perché siamo partiti da Napster? Perché non è un caso che un fenomeno così vasto e dirompente sia incominciato dalla musica. Perché? Perché il più grande fruitore di musica non è la classe dirigente del pianeta, ma sono i suoi clienti. Chi sono? Sono giovani, ragazzi fino ai 25 anni, studenti di college, studenti del Mit, studenti di informatica, informatissimi su tutte le nuove tendenze, che forse non conoscono Shopenahuer ma hanno visto almeno tre volte Matrix.. Ma hanno spesso un problema: soldi. I cd costano, lo sappiamo tutti. Ecco, abbiamo appena tracciato l’identikit del nostro eroe. E’ un eroe dei nostri tempi, un eroe dotato di grandi capacità tecniche, grande perizia, furbizia non meno, e che ha un problema molto pratico da risolvere.

Sapete chi sono i suoi colleghi? Gente come Tim Berners-Lee (che ha inventato il Web al Cern di Ginevra e non credo sia mai diventato miliardario), Linus Torvalds (presente l’inventore di Linux?). Gente che si muove tra i computer con una concezione molto libera: tutto ciò che si trova o che si inventa è di tutti.

Si è dibattuto molto se questa possa essere o meno una nuova ideologia libertaria o comunista (il cosiddetto dot comunismo) dell’età contemporanea. Per quel che ci riguarda il problema è molto più semplice. Questa è gente molto pratica. Spesso inventa le cose non per trarne profitto, ma semplicemente perché inventano una cosa che prima non c’era e ora che c’è, le cose sono molto più semplici.

Il nostro eroe all’inizio della nostra storia ha 18 anni e un cappellino in testa. E’ uno studente della Northeastern University del Massachusetts che ama ascoltare musica come tutti i suoi coetanei. Vorrebbe ascoltarne tanta senza pagarla, semplicemente scambiarsela con gli altri. Ti do Puff Daddy per Santana, mi dai Clapton per le Spice. In questo è identico a tutti gli altri, chi di noi non lo ha fatto?

Solo che Shawn Fanning, ecco il nome del nostro inconsapevole eroe, vorrebbe scambiare musica con quante più persone possibile. Come? Internet. Tanto ormai il formato Mp3 è già stato inventato (Mp3 è il tipo di compressione di file musicali che li riduce a circa un decimo delle loro dimensioni originali mantenendo la stessa qualità audio). Quindi la musica può viaggiare in Rete. Ma viaggiare come? Attraverso il Web? Troppo lento. E quindi?

Un software, un programma che consenta di mettere insieme tutti i computer che lo scaricheranno. E che faccia condividere una parte dei contenuti dei loro hard disk.

Questo è il mio computer, questo è il software che scarico e che mi chiede in quale sezione dell’hard disk deve andare a posizionarsi. poi mi chiede dove deve mettere i file che scaricherò. Perché me lo chiede? Lo chiede a me e a tutti gli altri in modo che si conosca il percorso per arrivare a vederli, questi file. Quali file sono? I file in formato Mp3, cioè quelli musicali.

Più gente scarica il programma, più Mp3 sono potenzialmente a disposizione di tutti. Manca solo quello che poi si rivelerà, dal punto di vista giudiziario, la fonte di tutti i mali del nostro eroe: un server centrale che tenga gli elenchi aggiornati di tutti i file Mp3 di tutti i computer che hanno scaricato il programma e che, ormai sono come nodi di un’unica Rete.

Tutto questo si chiama Napster, chi ha scaricato il programma fa parte di una comunity, più in generale, tutto il meccanismo e la filosofia che sta dietro si chiama peer-to-peer, P2P, da pari a pari. Questa definizione ha almeno due sfumature diverse. La prima è quella letterale: cioè il mio computer ha la stessa importanza del tuo, io servo a te come tu servi a me. La seconda è più centrata sui contenuti: quello che ho io è molto simile a quello che hai tu, i nostri interessi sono pari. Ma queste sono sottigliezze.

Una precisazione, Fanning non ha inventato il P2P. Come vedremo ci sono aziende che usano questo sistema di condivisione di dati da molto tempo prima. Ma Napster è stato il primo e più grande perché ha unito milioni di persone. Ha dato visibilità al P2P, lo ha reso una regola.

Un bellissimo articolo apparso su Time su Fanning

http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1101001002-55730,00.html

Tra le milioni di persone che se ne sono accorte ci sono anche i famosi coccodrilli al sole della Riaa, che prima hanno ignorato Napster e poi si sono accorti che c’era qualche cosa che non funzionava. Non solo le loro vendita di Mp3 in modo legale non andavano poi così bene (anzi non erano mai decollate, unica eccezione, forse il caso di David Bowie) ma i tecnici che avevano assoldato per combattere lo scambio pirata di file musicali incominciavano a far notare che non era poi così facile arginare il fenomeno.

Brevemente. La prima iniziativa tecnologica per impedire il pirataggio dei file è la Secure Digital Music Initiative, un sistema di criptaggio che, insieme ad altri suoi colleghi come il Css (per proteggere i Dvd), non hanno mai funzionato. E non perché un esercito di hacker avesse dichiarato loro battaglia, ma semplicemente perché, crackati una prima volta, ogni informazione relativa al loro superamento veniva diffusa in Rete a una velocità stratosferica. Il codice DeCss, mentre si discuteva il caso in un tribunale di New York (la questione era la solita, cambiavano solo i protagonisti: da una parte i produttori cinematografici, dall’altra i siti Web che distribuivano Dvd) fuori dall’aula circolavano le t-shirt con il codice stampato.

Se non funzionavano, e non funzionano gli appigli tecnici contro i pirati (si potrebbe leggere la storia di Napster anche da questo punto di vista. Ancora oggi, dopo la sentenza, c’è chi tenta di trovare soluzioni tecniche che blocchino una volta per tutte l’emorragia, l’ultima una specie di impronte digitali del suono) hanno funzionato bene quelli legali.

Sappiamo come è andata la storia e non possiamo soffermarci su tutti i passaggi del processo a Napster, i tentativi di armistizio, le mobilitazioni in Rete, le rockstar che si sono schierate chi pro e chi contro Napster, l’esercito di avvocati dall’una e dell’altra parte. Per Napster c’era addirittura David Boies, quello che ha fatto vincere la causa al dipartimento di Giustizia americano contro Microsoft per violazione dell’antitrust e ha difeso Al Gore contro George Bush Junior nel riconteggio dei voti della Florida per decidere chi dovesse diventare il presidente degli Stati Uniti. E figuriamoci chi c’era dall’altra parte a difendere le cinque sorelle, le case discografiche che hanno fatto causa a Napster.

Se non possiamo soffermarci sul fatto, possiamo però vedere che cosa è successo dopo. Napster, lo sappiamo ha perso. Si potrà ancora discutere che tipo di sconfitta possa essere quella in cui gli utenti, dopo uno smarrimento iniziale, continuano a crescere, in cui un nemico come la Bmg o grandi venture capitalist come Hummer Winblad sono entrati in quota azionaria. Una sconfitta grazie alla quale non c’è teenager del mondo occidentale che non sappia che cosa è Napster né non stia dalla sua parte.

Comunque, dal punto di vista giudiziario, Napster ha perso. E’ stato costretto a togliere dai suoi archivi un elenco di 135 mila canzoni che non possono più essere scaricate (anche se chi vi parla, forse perché di gusti o troppo retrò o troppo di nicchia non si è mai accorto di questa censura). E’ stato costretto a progettare in futuro un sistema di abbonamento mensile per i suoi utenti.

 

I figli di Napster

Perché Napster ha perso? Perché c’era da qualche parte, fisicamente e quindi localizzabile, un server centrale che organizzava e aggiornava tutti i file Mp3 di tutti i computer connessi e permetteva di rintracciare in quale computer fossero. Quindi, la violazione dei diritti d’autore avveniva lì: dove venivano tenuti gli elenchi. Non si potevano colpire i singoli utenti che si scambiavano musica, non si poteva colpire Napster perché non vigilava affinché non avvenissero gli scambi di file (il provider non ha responsabilità penali su quanto fanno i suoi user) però si poteva colpire chi aveva e gestiva quei cataloghi.

Badate che lo stesso Boies ha impostato la sua linea di difesa dando per certo che la battaglia era inevitabile: doveva essere combattuta lì, nell’aspetto cataloghi. La difesa era: qualcuno deve tenere i cataloghi, è un po’ come un giornale di annunci: ci deve essere un indirizzo a cui spedirli e qualcuno che li metta in ordine. Ha perso.

Allora che cosa è successo dopo? Che quelli che sono stati chiamati "figli di Napster" anche se in realtà esistevano già prima (con scarso successo, visto il predominio della creatura di Fanning), hanno utilizzato un tipo di tecnologia P2P cosiddetta "pura", cioè condivisione di dati e contenuti da computer a computer senza un server centrale.

Il software che viene scaricato non rimanda più al gestore dei cataloghi centrale che si preoccupa di smistare percorsi e informazioni, esplora direttamente i dati che si trovano negli altri computer collegati nel momento in cui faccio una richiesta. Passiamo ai casi concreti così ci chiariamo le idee.

Gnutella

Si chiama così proprio per il motivo che state immaginando: è la storpiatura della Nutella. I due diavoli che l’hanno inventata sono Justin Frankel, un ex dipendente i Aol. O meglio, Frankel aveva una piccola impresa di software, la Nullsoft, in cui aveva messo in piedi questo programma di file sharing che subito si era diffuso a macchia d’olio. Aol si è comprata la Nullsoft, ha chiuso il progetto, ma ormai era tardi.

A questo punto entra in scena il secondo diavolo: Gene Kan che fa diventare Gnutella famosa quanto la Nutella. Vediamo il sito dove si scarica il programma e cerchiamo di capire come funziona.

Una premessa, però: Gnutella è il software originario da cui sono derivate almeno una dozzina di nuove versioni che cercano di rendere più fruibile l’individuazione e lo scaricamento di file musicali. Anzi, per alcune di queste versioni non parliamo più soltanto di Mp3, ma anche di altri file: documenti, immagini, database.

http://www.gnutelliums.com/windows/

 

Freenet

Ian Clarke, 23 anni, irlandese che studiava a Edimburgo. Freenet è una parte della sua tesi di laurea. E’ la risposta europea a un fenomeno soprattutto americano. Ma da quando ha inventato Freenet, ha messo in piedi una società, la Unprizer, a Santa Monica, ed è diventato uno dei manager della new economy che si occupa di infrastrutture per Internet. Perché non dimenticate che, come vedremo più avanti, il P2P è anche un grande business che fa risparmiare alle aziende un sacco di soldi e su cui colossi come Intel, HP, IBM, Sun Microsystem investono milioni di dollari.

Freenet è una cosa un po’ più complessa di quanto visto finora. E’ una creatura che si muove in piena sfera open source, è metà figlia di Unix e metà di Linux. Già a partire dalla home si vedono i chiari richiami al mondo di Slashdot e ai libertari informatici.

Freenet fa un passo avanti, davvero rivoluzionario, arrivando al totale e completo anonimato, tramite un processo di crittografia e decentralizzazione delle informazioni. Non solo il sistema di scambio file non passa attraverso alcun server centrale, ma non è neanche possibile arrivare a sapere dove le informazioni sono immagazzinate. Questo per il fatto che i file, o parti di questi, continuano a spostarsi da un disco rigido all'altro degli utenti, i quali non sono neanche a conoscenza del contenuto degli stessi, dato che i file sono tutti crittografati. Le informazioni immagazzinate nel sistema sono criptate e replicate continuamente attraverso un gran numero di computer anonimi intorno il mondo

Quindi, una volta entrato a far parte del network io posso domandare materiale di qualsiasi tipo, lo stesso Clarke ha detto: dalla pornografia a 1984 di George Orwell e ottenerlo in modo del tutto anonimo da un donatore del tutto anonimo.

Ora voi capite bene che non siamo più di fronte alla semplice condivisione di file. Qui siamo di fronte a una comunità indefinita strutturalmente molto forte e dotata di una certa "impunità". Ci sono dei rischi? Si può contrabbandare materiale terroristico, informazioni riservate, ricette per costruire ordigni esplosivi? Non lo so, ma questo problema di conciliare privacy con libertà non è poi così diverso da quello che ci si presenta nella vita reale.

Tra le altre cose, essendo questa creatura fortemente influenzata dalla filosofia open source, i volontari hanno allestito anche un homepage in italiano.

 

http://www.freenetproject.org/index.php?page=whatis

http://www.freenetproject.org/

 

Mojo Nation

È stato progettato da un certo Jim McCoy, ex programmatore di Yahoo! e da un anno amministratore delegato di Autonomous Zone Industries, una società con una filosofia a cavallo tra l'anarchia hacker e il business della Silicon Valley.

L'idea è di accoppiare la straordinaria forza del peer-to-peer con l'utopia di una economia della Rete, parallela a quella reale. Ossia, come dice lo stesso McCoy, di realizzare "un qualcosa a metà tra Napster ed eBay". Ma con caratteristiche tali da diventare inattaccabile da parte delle forze dell'ordine e sicuro per chi ne fa uso. Grazie a Mojo Nation è possibile infatti far circolare tra i membri della comunità i propri software (dagli Mp3 ai video fino ai programmi di ogni tipo). Quasi gratuitamente.

Quasi, perché il tutto funziona grazie a un sistema di micropagamenti (cioè l'equivalente di pochi centesimi di dollaro) per ogni transazione: una trovata che serve a scoraggiare gli scrocconi, quelli che cioè mettono a disposizione degli altri un paio di file di nessun interesse e poi invece prendono di tutto.

In realtà, gli scambi non sono in denaro. Ma in "mojo", una valuta che viene battuta solo su Internet ma che eventualmente - come hanno spiegato i creatori del software - può essere convertita in dollari. Ogni operazione è infatti retribuita in "mojo", che a loro volta possono essere spesi per scaricare nuovi file. Ma non solo. Chi mette a disposizione il proprio computer per farne un server (per ospitare cioè materiale messo a disposizione da altri), oppure mette a disposizione della comunità la propria velocità di banda, viene ricompensato in "mojo" extra.

La caratteristica più esplosiva di MojoNation è di essere - stando almeno a quanto assicurano i suoi ideatori - a prova di censura. "Nessuno di noi ha un inventario di quello che transita sui nostri server", ha spiegato McCoy. "E nessuno può rimuovere quello che, anche di illegale, passa sui nostri server". Un argomento che difficilmente convincerà le severe autorità americane a non intervenire. Ma che è rafforzato da una serie di furbizie che rendono molto complicati i tentativi di attacco. Innanzitutto perché i materiali sono distribuiti anche su server che con l'azienda non hanno niente a che vedere, fra cui quelli degli utenti stessi. E poi perché il sistema è protetto da un sofisticato software di crittografia: ogni volta che qualcuno mette in Rete un file, questo viene spezzato in otto parti. Solo quattro di esse sono realmente necessarie per ricostruirlo. Le altre non servono a niente. E questo fa diventare molto difficile per eventuali inquirenti l'individuazione del "corpo del reato".

Ma la strategia degli autori di MojoNation non è di solo scontro. E per questo potrebbe essere vincente. La società ha infatti annunciato la disponibilità a collaborare con case discografiche e cinematografiche. Promettendo di girare a loro i micropagamenti, nel caso che accettassero di entrare nei sistema. "Quando il presidente della Sony verrà da noi - ha detto alla rivista Wired un baldanzoso Zooko Journeyman, nickname di uno dei programmatori di MojoNation - gli diremo che Napster o Gnutella non gli daranno mai niente. E lui dovrà scegliere se combatterli o morire. Oppure se unirsi a noi e prosperare".

The Mojo Solution (da Salon)

http://www.salon.com/tech/view/2000/10/09/mojo_nation/index.html

 

Groove

Secondo alcuni è il futuro del Web. Groove permette a più persone distanti di lavorare insieme online allo stesso progetto. E’ stato definito il Napster delle idee. Lo ha inventato Ray Ozzie, che oggi ha 45 anni ed è l’inventore del Lotus Notes, acquistato dall’Ibm per 7.000 miliardi di lire. L’idea di Groove è esattamente l’espansione a livello mondiale di quella del Notes che mette in comunicazione le persone di uno stesso ufficio o azienda e permette loro di scambiarsi informazioni. E’ una specie di diario di bordo elettronico.

Che succede quando si scarica il programma?. Si crea nel vostro hard disk uno spazio in cui finiscono i file che vorrete condividere. Ora, supponiamo che due di voi stiano lavorando a una relazione che prevede l’utilizzo, oltre che di documenti anche di foto, immagini, file audio e così via. Uno sta a Roma e l’altro a Milano. Bene, se siete entrambi grooving, potete entrare in contatto come se si trattasse di una messaggeria istantanea o uno di quei sistemi che abbiamo visto prima e condividere il lavoro che avete fatto finora. Che ne dici di questa foto? E l’altro: senti ti abbasso un po’ la luce, che ne dici, va meglio ora? Si, guarda che io ti ho aggiunto un paragrafo all’introduzione perché mi sembrava poco chiara.

Capito? Sul vostro desktop avete esattamente quello che ha il vostro collega, potete chattare, oppure rendere la vostra postazione una vera meraviglia aggiungendoci un microfono, una webcam. E questo per quanto riguarda un rapporto uno a uno. Pensate il caso di un progetto collettivo.

Cercherò di farvi vedere tutto questo nella presentazione in flash che si trova sul sito di groove.

http://www.groove.net/products/groove/

 

Aimster

Napster+Aol. Non c'è un server centrale, ma soltanto un software che mette direttamente in contatto i singoli possessori di Mp3, consentendo lo scambio tra di loro. Si condividono file magari protetti da copyright, ma lo si fa solo tra amici - tra le persone presenti nella buddy list di Aol Messenger appunto - e, come prevede chiaramente lo statunitense Audio Home Recording Act, si tratta di uno scambio perfettamente ammissibile. Non tutti che prendono e danno da tutti, ma un gruppo di amici e conoscenti che mettono in comune la loro discoteca (e anche qualsiasi altro file) digitale.

Per individuare dove si trovano i file musicali Aimster utilizza - rendendone molto più semplice l'uso - la tecnologia di Gnutella. Una volta scaricato su un computer Aimster controlla che vi sia presente Messenger, vi si integra automaticamente e fa diventare quella macchina utente e fornitrice al tempo stesso degli altri nominativi compresi nella lista degli interlocutori abituali (la buddy list, appunto). Per ora ciò avviene solo con gli utenti di Aol Messenger ma presto - garantisce Deep - sarà esteso anche ad altri sistemi di messaggistica, cominciando da Icq. Aimster rende la condivisione dei file esclusiva, creando un giardino recintato, una barriera all'ingresso.

E qui siamo di fronte alla vera creatura ambigua per eccellenza. Una messaggeria attraverso la quale e grazie alla quale è possibile procurarsi materiale violando il copyright. E guardate che Aimster non è l’unica. Mirc, per esempio, che è un sistema di chat molto merno user friendly rispetto ad Aol e Icq permette di fare molto di più. Ho visto con quasti occhi un gruppo di studenti universitari molto svegli scaricare centinaia di giochi per Sega e per pc grazie alla messaggeria istantanea. Il fatto che io vi parli di Aimster e non di altre realtà ancora più dirompenti è solo perché questa, come già è stato per Napster ha reso un fenomeno di nicchia un fatto globale.

E poi, perché – data la premessa di questa grande facilità d’uso di Aol – è facile rendersi conto che le multinazionali, le istituzioni e i legislatori con queste, più che con le comunità di pirati che nessuno conosce, dovrà fare i conti. Addirittura, pensate che Aimster, la settimana scorsa ha chiesto a un giudice federale di proteggerla contro le pressioni e la possibile invadenza delle multinazionali del disco. Come vedete, tutto è clamorosamente alla luce del sole. E ormai non conviene più a nessuno far finta che il fenomeno non esista.

 

Nonsolomusica

Allora il meccanismo più o meno dovrebbe essere chiaro. E chiara dovrebbe essere le definizione di P2P: computer connessi tra loro, milioni di computer che formano un grande network il cui valore (anche, come è facile intuire, in termini economici) cresce esponenzialmente con il crescere degli utenti. Che lo si veda dal punto di vista della condivisione dei file (Napster) o della divisione delle risorse, cioè della memoria, della capacità di calcolo dei computer (come vedremo tra poco nel caso del Seti) la regola che rende potenzialmente interessante il P2P è che ogni informazione che può essere digitalizzata può essere condivisa. E che cosa oggi non è digitalizzabile? Quasi nulla. Abbiamo film, canzoni, software, fotografie, documenti, libri, dati.

Ora, tutta questa quantità di roba non può essere supportata da un unico grande computer centrale. Ma può esserlo da un network che può espandersi all’infinito. Sentite questa citazione di Clay Shirky (che lavora all’Accelerator Group, una società di venture capital). "50 anni fa, Thomas Watson, fondatore dell’Ibm, aveva fatto una previsione: nel futuro sarebbero serviti in tutto il pianeta quattro, al massimo cinque computer. Sappiamo che si sbagliava. Ne aveva calcolati quattro in più".

Chiaro il concetto? Non un grande computer dalla memoria unica che raccoglie i dati dai suoi terminali, ma milioni di terminali che lavorano insieme allo stesso progetto. Industrie, università, centri di ricerca di ogni tipo. La ricerca sul genoma, per esempio.

Ma dove sta la rivoluzione? Nel fatto che il World Wide Web si basa da sempre su un'architettura in cui c’è un browser Netscape o Explorer (il cosiddetto "client") che chiede a un computer remoto ("server") che ospita il sito che si vuole visitare di mostrarglielo, scaricando pagina dopo pagina.

Nella nuova rete Peer-to-Peer ogni computer di ogni persona collegata ne diventerebbe, allo stesso tempo, server e client ("servent"), fornitore e consumatore di informazioni, capacità di calcolo e quant'altro. Per farlo un utente deve preventivamente scaricare il software che lo fa diventare nodo della rete di condivisione. A quel punto, quando lui e gli altri membri saranno online, ogni richiesta non verrà posta a un server centrale ma ai vari partecipanti di quella comunità che la faranno rimbalzare da uno all'altro sin quando non troverà risposta.

Accanto agli esempi che abbiamo visto prima, nati più o meno romanticamente per un desiderio di libertà o comunque per un grande senso pratico, esiste naturalmente un P2P che potremmo definire "istituzionale".

Abbiamo detto che questi ragazzi non hanno inventato nulla, eccetto l’applicazione rivolta a un uso specifico (lo sharing di file musicali per esempio). Un colosso come Intel, uno dei più attenti al P2P, usava questa tecnica da dieci anni (con un risparmio di 500 milioni di dollari) prima che si sentisse parlare di Napster, senza, ammissione del capo dei tecnici Pat Gelsinger, che nessuno si rendesse conto delle potenzialità di questo sistema.

Per questo è nato un gruppo di lavoro, il P2P working group che riunisce Microsoft, Ibm, Hewlett-Packard, Red Hat (che lavora al perfezionamento di Linux) per studiare in quali settori avrebbe potuto funzionare, con quali standard e soprattutto con quali prospettive di guadagno.

Uno dei primi ad arrivare alla meta è stato Bill Joy, il grande guru della Sun Microsystem che ha lanciato un misterioso quanto sicuramente proficuo progetto chiamato Jtxa (si pronuncia Juxta) e di cui parleremo in seguito.

SETI@home

Può essere definito il più grande computer del mondo. Sta sparpagliato su due milioni di scrivanie diverse. Sono i pc che aderiscono al progetto SETI@home, il cui scopo si desume sciogliendo l'acronimo "Search for ExtraTerrestrial Intelligence". I segni di forme di vita aliene sono difficili da captare, ma mettendo insieme la forza di calcolo di milioni di calcolatori collegati tra loro la missione si fa meno proibitiva. Così, anche il più scassato dei 386, può diventare parte dell'ambiziosissimo piano di monitoraggio dei più remoti anfratti dell'universo: una porzione della sua Ram inutilizzata può essere usata per contribuire allo scopo comune. In 15 mesi il progetto ha sfruttato l'equivalente di 345 mila anni di "computer time" e tutte le macchine collegate sono in grado di sviluppare una potenza di calcolo pari a 10 volte quella del più performante degli attuali supercomputer. E l'idea generale del "distributed computing" guadagna sempre maggiori consensi e varie aziende hanno deciso di buttarcisi, eventualmente compensando il contributo di ciascun partecipante.

Ci sono vari problemi tecnici da superare. La compatibilità, innanzitutto. Per rendere possibili questi progetti collaborativi è indispensabile che i programmi utilizzati girino indifferentemente su tutti i diversi sistemi. Poi la sicurezza: è ammissibile mettere nelle mani di una comune indifferenziata di utenti dati che possono essere delicati? E infine la divisibilità, nel senso che non tutti i calcoli risultano facilmente scomponibili in pacchetti separati e quindi distribuibili tra molteplici persone che ne effettuino una parte ognuno.

Pur con la consapevolezza di questi ostacoli, almeno tre compagnie si sono buttate su questo mercato con la convinzione che possa risultare redditizio. La Parabon Computation, con sede in Virginia, ha già reclutato 3000 utenti e ha scritto in Java (che gira appunto sulle più diverse piattaforme) il programma di cui costoro avranno bisogno per effettuare i calcoli: il loro impegno è inizialmente concentrato sul campionamento dei geni nelle stringhe di Dna e ancora non hanno stilato un tariffario per retribuire l'apporto dei singoli partecipanti (che potranno sempre scegliere di donare il proprio credito a una qualche attività filantropica).

La californiana Popular Power ha messo assieme 5000 membri e li sta utilizzando per un grosso test sui diversi vaccini contro l'influenza. La canadese Distributed Science che ha radunato un esercito "mercenario" di 40 mila unità pronte a prestare la potenza inutilizzata del loro pc per qualsiasi compito frutti loro dei soldi anche se, per il momento, la compagnia è impegnata in un lavoro di valutazione su quale sia il miglior design per i contenitori di scorie nucleari.

LINK

Seti

http://www.seti.org/

Seti@home

http://setiathome.ssl.berkeley.edu/

Un salvaschermo per fermare il cancro

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/allenseti/ricerca/ricerca.html

OpenCola La ricerca con le bollicine

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/allenseti/cola/cola.html

 

Conclusioni

Quello che vorrei che voi capiste, o che perlomeno iniziaste a prendere in considerazione è che con il P2P siamo di fronte a ciò che potrebbe essere chiamata la real Internet. Un insieme di computer che dialogano tra loro un po’ com’era all’inizio dell’era informatica, Arpanet e così via.

Visto da questo punto di vista è come se il WWW fosse servito a rendere Internet più popolare, più user friendly. E poi abbia trovato il sistema, grazie a quella grande intelligenza collettiva che è inserita nella Rete, di ritornare in un certo senso alle origini. Perché, credo, Internet è nata proprio per questo: essere uniti senza filtri, far circolare le idee e non i soldi. Far spostare gli esseri umani, farli crescere attraverso un continuo proliferare, confrontarsi e scambiarsi informazioni.

Il P2P, per quel poco che abbiamo visto oggi, ha lati oscuri, questo deve essere chiaro. La libertà di circolazione presuppone la libertà della circolazione di tutte le idee, comprese le ossessioni, le nevrosi e le devianze degli esseri umani. Insieme ai progetti girano anche i virus, le cose politicamente scorrette, il terrore.

C’è anche un forte rischio inquinante. Tenete presente che c’è il rischio di intasare la Rete e questa è una forma di inquinamento altrettanto dannosa di quella ambientale. La Rete ha alcune caratteristiche di un ecosistema. E in una fase in cui le cose non sono ancora definite, è facile capire quanto possa essere precario l’equilibrio.

Tenete inoltre presente che, come abbiamo visto, ci sono forze centrifughe di direzioni completamente diverse: quelle libertarie e democratiche come quelle che servono precisi e radicati interessi economici e di potere.

Abbiamo visto che c’è un gran margine di ambiguità nascosto in questa storia: da una parte la Sony condanna Napster, dall’altra produce lettori di Mp3 portatili, Warner Music si schiera con le altre sorelle nella battaglia, ma per ora lascia vivere Aimster che prolifera come un fungo dentro la sua messaggeria. Perché? Perché, nel dubbio, si comincia a fare affari in entrambe le direzioni. Il principio di non contraddizione e la coerenza non sono le molle che dettano il comportamento del business.

Come vedete, tutto questo va ben oltre aspetti particolari come la violazione delle leggi sul copyright. La Rete è lì, che piaccia o meno, si è assestata su strutture che paiono consolidate (la dinamica client-server) e ogni cosa che mette in discussione un modello è destinata a creare scompensi.

Un’ultima cosa. Quasi un auspicio. Voi siete osservatori preziosi di quanto accade. Voi siete la prossima classe dirigente. E non perché occuperete posti chiave nella società (il mio augurio, naturalmente è che se questo è ciò che volete, possiate farlo). Ma anche se non lo farete, voi avete gli strumenti per capire quanto accade. E quanto accade, oggi, è molto più trasparente di quanto lo era dieci anni fa. Voi avete più informazioni e più alleati. C’è una grande cartina topografica che assomiglia a quella dell’impero di cui parlava Borges, che alla fine era tanto dettagliata da ricoprire l’intero territorio che doveva rappresentare.

C’è qualcosa di profondamente rinascimentale in quanto sta accadendo. Voi potete capirlo, potete scegliere, criticare. Non importa che cosa sceglierete di fare. L’importante, credetemi – e questo è l’auspicio - è che non siate solo degli osservatori.

Grazie a tutti e in bocca al lupo.

 

LINK E BIBLIOGRAFIA

Generali

Napster

www.napster.com

Recording Industry Association of America

www.riaa.com

British Phonographic Industry

www.bpi.co.uk

Ifpi

www.ifpi.org

Electronic Frontier Foundation

www.eff.org

Zeropaid

http://www.zeropaid.com/

O’Reilly Network

www.openp2p.com

 

I FIGLI DI NAPSTER

Gnutella

www.gnutella.wego.com

Freenet

www.freenetproject.org

Mojo Nation

www.mojonation.com

Groove

www.groovenetworks.com

 

 

Il processo a Napster

(da Repubblica.it)

Il dot-comunismo (Staglianò)

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/dotcomunismo/dotcomunismo/dotcomunismo.html

McCartney fa causa a Mp3.com

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/mccartney/mccartney.html

Dati di vendite cd

Negozi sul lastrico (Staglianò)

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/soundscan/soundscan.html

Napster difeso dalle rock band

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/offspring/offspring.html

Il boicottaggio della Riaa

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/boicottaggio/boicottaggio.html

La condanna di Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/colpevole/colpevole.html

La proroga

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3/proroga/proroga.html

Peter Gabriel contro Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/gabriel/gabriel/gabriel.html

Mojo Nation

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mojo/mojo/mojo.html

Gli Offspring provano a lanciare la musica gratis…

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/off/off/off.html

…e poi rinunciano

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/off/retro/retro.html

Accordo Napster-Bertelsmann

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/musica/bertelsmann/bertelsmann.html

Accordo Universal-Mp3.com

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/mp3condanna/accordo/accordo.html

Napster, l’ultimo weekend di libertà

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/attesa/attesa.html

Ossigeno per Napster (Rampini)

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/aperto/aperto.html

Arriva Aimster, Aol+Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/aimster/aimster.html

Napster quadruplica gli utenti in 5 mesi

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/record/record.html

Prince difende Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/napster2/napster2.html

Napster, il giorno del giudizio

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napster2/rampini/rampini.html

L’Europarlamento e il diritto d’autore

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/copyright/copyright/copyright.html

Napster, nuovo count-down

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/attesa/attesa.html

I giudici: stop a Napster (appello)

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/napstertre/napstertre.html

I fratelli terribili di Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/alternative/alternative.html

Napster, parte il blocco, fermati mille brani

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/bloccato/bloccato.html

Belgio, perquisite le case degli utenti di Napster

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/belgio/belgio.html

L’angoscia del pirata

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napstertre/reazioni/reazioni.html

IL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA

http://www.internetlex.kataweb.it/Article/0,2098,10919|540,00.html

La santa alleanza tra colossi

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napsterquattro/musicnet/musicnet.html

Napster ai fan: "Scendiamo in piazza"

http://www.repubblica.it/online/tecnologie_internet/napsterquattro/corteo/corteo.html

Rivolta di attori e cantanti

http://www.repubblica.it/online/spettacoli/sciopero/record/record.html

Speciale su Libération

http://www.liberation.com/multi/mp3/index.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dario Olivero

 

Formazione

  • Laurea in filosofia
  • Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino
  • Giornalista professionista dal 1999
   

 

 

 

Esperienze di lavoro

  • La Stampa
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  • La Repubblica – Palermo (cronaca ed economia)
  • Repubblica.it
   

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